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lunedì 12 febbraio 2018

Ci mancava la counselor

Lei è la tipa di un caro amico. Persona rispettabile, di professione impiegata. Da qualche tempo, e dopo anni di studio, è diventata anche counselor. Se anche voi, come me, vi interrogate sulla funzione sociale del counselor, a fronte di professionisti che si prendono lauree e specializzazioni per fare  un lavoro analogo, benvenuti: stiamo navigando a bordo della stessa scialuppa in acque torbide e melmose. Difficile non impantanarsi in questioni sottilmente concettuali, in professionalità legate soprattutto a buone intenzioni: assolutamente impossibile fare a meno di diventare oggetto di studio di questi altruisti. Ammetto di essere un caso curioso, che si presterebbe davvero ad una consulenza professionale: la mia totale incapacità di approdare a una condizione lavorativa serena e appagante è ormai parte della mia storia, del mio presente, e, ho buone ragioni di credere, anche del mio futuro. Questo lungo preambolo per dire che col caro amico di cui sopra ogni tanto parlavo di lavoro. Dico parlavo perchè, evidentemente a corto di argomenti più interessanti con la tipa le ha raccontato dei miei drammi lavorativi...E lei mi ha preso a cuore. Infatti ogni volta che ci incontriamo, ache a distanza di un giorno, mi fa queste identiche domande, in sequenza: 
1- Allora come va il lavoro?
2- Quando finisce il contratto?
3- Ma non hai trovato nulla?
4- Ma a te cosa interessa fare?
Ehm, io non ti conosco bene, non sei una mia amica, apprezzo l'interessamento se si mantiene su dei livelli di superficialità e cortesia, ma che vuoi che ti dica? Mi sa che è già tanto che non ti mando a farti un giro in carrozza, per esempio.  
La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, diceva qualcuno. Posso dire che non mi interessa essere la sua cavia? No vero, non è carino.
Dio, che pesantezza.
Non si vince mai.

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