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mercoledì 27 maggio 2015

Il pane danese

In questo estero in cui vivo ormai da diverso tempo, uno dei drammi alimentari che mi affligge (capitolo a parte sono le bestialità culinarie dei coinquilini) è la ricerca del pane. Sento già in lontananza l'eco di una vocetta che si crede scaltra dire: "Eccola, la solita italiana all'estero, a cui non va mai bene nulla". Vocetta cara, inizia pure a starti zitta, che qui si parla di roba seria. Il pane c'è, di tutte le forme e consistenze, ma non c'è il fornaio. O meglio, il pane è tutto nelle mani di grandi catene, che producono industrialmente un prodotto dal sapore inequivocabile: segatura. Niente profumo di pane per le strade, niente prodotti da forno che non abbiano la stessa forma e gusto ovunque: tristezza a palate. Capite bene poi che la dimensione della questione lievita quando l'assenza dal patrio pane si prolunga per mesi: lì l'astinenza diventa cosa seria. Ho provato a panificare in casa, ma le suorette del monastero sono un po' contrarie all'uso prolungato del forno. E, soprattutto, la cucina è presidio quasi esclusivo della ex-suora ora cuoca. Inoltre sfornare a fini autarchici mi pare un po' brutto, si perde un po' la convivialità della cosa: tutto quello sbattimento solo per me?
Insomma, generalmente vado di pane al compensato e me lo faccio piacere. Diciamo che punto tutto sul companatico.
Ho però recentemente trovato una leggera panacea per i miei mali: ha da poco aperto un negozio danese di specialità, grazie a Odino, e indovinate un po'? Pane artigianale, fatto con lievito madre, buono, profumato, fantastico! Chi l'avrebbe mai detto che avrei trovato rifugio in quelle fredde lande, la cui arte culinaria mi era (ed è) alquanto sconosciuta! Un solo piccolo dettaglio mi impedisce l'assedio giornaliero del negozio: il pagamento non rateizzabile.  Piccoli gioiellini fatti di farina, acqua, lievito e poco più.
Eh, signora mia, così è la vita!
Insomma, ogni tanto mi concedo questa follia: il lusso di mangiare del buon pane.

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