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venerdì 20 febbraio 2015

Chiedetemi se sono felice

In un certo qual modo, e mi prendo qualche licenza di drammatizzazione, la disoccupazione porta ad essere considerati da alcuni come relitti della società. Ne vedo i contorni quando mi ritrovo costantemente a dover affrontare gli stessi sguardi di pietà misti ad apprensione e le solite domande insistenti, incalzanti: Allora hai trovato lavoro? Stai cercando? Niente di male, mi si dirà: trattasi di umana pietas.
Eppure è difficile ogni giorno lottare con facce contrite e piene di una compassione che non credo di meritare, perché in fondo non mi sento infelice. Anzi. Ed è difficile iniziare la conversazione sempre allo stesso modo: Ciao, allora hai trovato? E a provare di conseguenza, come già detto, a dover giustificare il proprio tempo, le proprie occupazioni.
Io cerco sempre di mostrarmi positiva e propositiva, e lo sono davvero, ma, ammetto, questa cosa mi sta stancando. Mi sta stancando al punto di voler evitare queste persone, amiche o quasi, e di preferire la solitudine. Penso poi che forse ci sia qualcosa di storto in me: non mi salterebbe mai in mente di spingere così tanto su di un argomento delicato con una persona che sta affrontando una difficoltà. Chiederei altro, ad esempio. Ma evidentemente il mondo non va così. E io non so difendermi da questa cosa, ma devo proteggere questa serenità che sento, in qualche modo.

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