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martedì 20 gennaio 2015

Cronaca di un colloquio di lavoro

Mando la candidatura la mattina e mi rispondono nel primo pomeriggio: vogliono incontrarmi l'indomani. Promette bene a livello disperazione. The Big Boss è in città e possono infilare il mio colloquio tra un impegno e l'altro. Siam qui per servirVi, ci mancherebbe. Va bene allora, ci vediamo domani. Jesus. Passo la serata a cercare qualcosa di interessante da dire, ripassare le risposte alle solite domande, scovare qualcosa di decente da mettere.
Arriva il momento. Faccio la trafila receptionist, badge personalizzato, tre piani, chilometri di corridoi, breve intervista col segretario personale e giungo nell'ufficio del gran capo, una placida signora. 
Solite domande (mi racconti del tuo percorso di studi? come mai sei venuta qui? che ti piacerebbe fare nel futuro?), soliti trabocchetti (come era il tuo ex capo? sei capace di criticare un tuo superiore?), e qualche inedito (cosa dicono di te gli altri?ridipingeresti le pareti di questa stanza di un altro colore?). Si ride, si scherza, si fa la solita messinscena: empatia da una parte e professionalità dall'altra. Il classico minuetto da rituale del corteggiamento lavorativo, un colloquio da manuale in cui pare che il candidato sia il Prescelto. Entusiasmo per le qualifiche, gli studi, le competenze, per il percorso scelto. Ma il candidato è preso alla sprovvista quando si sente dire: " Il tuo lavoro consisterà nell'essere il volto dell'azienda". Cerca da qualche parte la telecamera nascosta.
Il volto dell'azienda. Il volto dell'azienda?
Il candidato annuisce, si alza lentamente dalla sedia, sfoggia il sorriso delle grandi occasioni e esce dalla stanza con una grande confusione in testa.
Colloquio, casting, candid camera?
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