Pagine

mercoledì 18 novembre 2015

Secchiona a me

Arrivo trafelata, come al solito in ritardo. Col mio eskimo da passeggiata col cane, i vestiti presi alla cieca e la cipolla in testa da capello ingestibile. Ma, in fondo, chissene.
Lancio la mia borsa sul tavolo, raccolgo i quattro fogli svolazzanti che mi servono per prendere appunti quando non ho abbastanza sonno e raccatto la mia matita smangiucchiata che nel frattempo mi è già caduta in terra 2 volte. Mi svacco e ascolto con un orecchio il relatore, mentre con lo sguardo sono impegnata a cogliere informazioni decisive sul cellulare: il meteo.
Sono distratta, rispondo solo delle mie funzioni vitali primarie,  ma non tanto da non sentire lo stesso relatore ripetere per tre volte in due ore il medesimo concetto, a suo dire fondamentale, e fracassare i maroni per non sbagliare.
Vedo però che la persona a fianco a me sbaglia in pieno. Con un atto di pietas e solidarietà le faccio notare quello che il tipo ha appena ripetuto, per correggersi.
Morale della favola: mi becco un infastidito "ma tu sei una secchiona" dalla signorina precisetta, col blocco per gli appunti da vera professionista, le matite schierate e il cellulare usato per registrare e fotografare ogni dettaglio, e soprattutto,  fornita di una faccina attenta e dell'atteggiamento partecipe da prima della classe. Non ha smesso un secondo di annuire e scrivere.
Secchiona a me.
Niente, io la gente non la capirò mai.

martedì 17 novembre 2015

Un urlo di fantozziana memoria

Qualche tempo fa leggevo un articolo sul futuro della comunicazione, sui social media e la loro evoluzione.
In poche parole si sosteneva che i blog fossero ormai spacciati, sorpassati e che l'idea di aprirne uno fosse da scartare a priori. Il contenuto viene veicolato sempre più Facebook, su Twitter, su Instagram, su Youtube e il blog pare storia vecchia. A parte queste riflessioni, già un po' trite e ritrite, c'è altro da dire. Davvero il blog è uno strumento un po' antico, quasi anziano, come lo può essere  un diario cartaceo: sempre più il postare diventa un'attività fine a se stessa, uno sfogo, il grido lontano nei boschi di fantozziana memoria. Una breve frase, o una foto, a volte riescono a rendere meglio un'idea rispetto a mille parole. E poi, cazzo, la comodità: niente sbattimenti nello scrivere, niente sbattimenti nel leggere.
Poi, nella raccolta di spam generata in automatico da blogger ho trovato un commento che non avevo visto, questo:
Un blog è un PESSIMO luogo dove scrivere
E, sempre dello stesso autore, immagino, questo:
Un luogo PESSIMO e PERICOLOSO per un approccio infantile ed eticamente scorretto. Un luogo da bimbi. Non fa bene, tra l'altro. Non fa bene a chi scrive né a chi commenta. Evitare. Se si ha qualcosa di buono è meglio evitare. Saluti.
Non sono in totale disaccordo con te, caro anonimo.
Che un blog abbia i suoi limiti, evidenti, mi pare cosa assodata: se ripassi da qui spiegami il perchè del tuo livore, e di cosa ti ha spinto ad accedere a un detestato blog e di perderci del tempo per scrivere un messaggio. Lo chiedo con interesse, senza retorica. Argomenta un po', dai!
In qualche modo mi sa che qui ci torni...magari mandami una mail.
A proposito di mail, grazie a chi mi ha scritto strambe o simpatiche mail,
a chi l'ha fatto da indirizzi improbabili, e a chi mette una firma alle proprie parole! Ci tengo a ringraziarvi anche qui sopra, che è da qui che siete arrivati!
Che ne sarà dei blog, che ne sarà di questo?
Mah.
I problemi son altri, ma questo già lo sappiamo.


mercoledì 17 giugno 2015

Un giorno anarchico

In questo giorno, in cui divento un po' più vecchia, potrei tirare un bilancio della mia vita, ma, siccome anche il masochismo ha i suoi limiti, decido che oggi sarò spensierata, eviterò derive malinconiche e mi attaccherò a ciò che mi fa stare bene a prescindere: pasticcini e spumante, ad esempio. 
Uscirò anche a comprarmi qualcosa di bello, bypassando l'embargo che mi sono autoimposta (evitare spese inutili), e mi getterò su qualcosa di straordinariamente futile, che bramo da mesi, e va bene così.
E stasera festeggerò con le persone a me care.
Direte: tutte robe normalissime. Eh, ma qua c'è sempre il senso di colpa minaccioso che incombe dietro l'angolo, quindi anche queste cose mi sembrano concessioni magnanime che mi faccio, conquiste di qualcosa che nessuno mi nega, superamento di limiti autoimposti. Una faticaccia che mi concedo, almeno una volta all'anno.
La follia dell'essere umano.

mercoledì 3 giugno 2015

Indorare la pillola

Alle volte mi immagino le persone che devono formulare i messaggi standard che arrivano in blocco a tutti i candidati la cui domanda per un lavoro viene rifiutata. Dovranno spremersi un po' le meningi per far fronte alla speranza delusa del candidato e allo stesso modo fare intendere che è un no (no, e no). Il tutto per una massa di persone, che di individuale e dedicato non c'è nulla, scegliendo formule impersonali ma cordiali, gentili ma decise.
E poi zac, inoltrare con ccn nascosto.
Gira e rigira, le formule usate son sempre più o meno le stesse (del resto il messaggio è uno solo: none!), declinate in modo più o meno formale.
Ecco alcuni fulgidi esempi di messaggi preconfezionati e universali che ho accumulato negli ultimi tempi, tutti da candidature per lavori all'estero:
"Abbiamo ricevuto la sua candidatura per la posizione XXX, e ci teniamo a ringraziarla dell'interesse dimostrato. Tuttavia ci dispiace informarla che non ci è possibile dare un esito positivo alla sua domanda. Augurandole molto successo nel suo percorso futuro, porgiamo distinti saluti."
Tié. Secco.

mercoledì 27 maggio 2015

Il pane danese

In questo estero in cui vivo ormai da diverso tempo, uno dei drammi alimentari che mi affligge (capitolo a parte sono le bestialità culinarie dei coinquilini) è la ricerca del pane. Sento già in lontananza l'eco di una vocetta che si crede scaltra dire: "Eccola, la solita italiana all'estero, a cui non va mai bene nulla". Vocetta cara, inizia pure a starti zitta, che qui si parla di roba seria. Il pane c'è, di tutte le forme e consistenze, ma non c'è il fornaio. O meglio, il pane è tutto nelle mani di grandi catene, che producono industrialmente un prodotto dal sapore inequivocabile: segatura. Niente profumo di pane per le strade, niente prodotti da forno che non abbiano la stessa forma e gusto ovunque: tristezza a palate. Capite bene poi che la dimensione della questione lievita quando l'assenza dal patrio pane si prolunga per mesi: lì l'astinenza diventa cosa seria. Ho provato a panificare in casa, ma le suorette del monastero sono un po' contrarie all'uso prolungato del forno. E, soprattutto, la cucina è presidio quasi esclusivo della ex-suora ora cuoca. Inoltre sfornare a fini autarchici mi pare un po' brutto, si perde un po' la convivialità della cosa: tutto quello sbattimento solo per me?
Insomma, generalmente vado di pane al compensato e me lo faccio piacere. Diciamo che punto tutto sul companatico.
Ho però recentemente trovato una leggera panacea per i miei mali: ha da poco aperto un negozio danese di specialità, grazie a Odino, e indovinate un po'? Pane artigianale, fatto con lievito madre, buono, profumato, fantastico! Chi l'avrebbe mai detto che avrei trovato rifugio in quelle fredde lande, la cui arte culinaria mi era (ed è) alquanto sconosciuta! Un solo piccolo dettaglio mi impedisce l'assedio giornaliero del negozio: il pagamento non rateizzabile.  Piccoli gioiellini fatti di farina, acqua, lievito e poco più.
Eh, signora mia, così è la vita!
Insomma, ogni tanto mi concedo questa follia: il lusso di mangiare del buon pane.

venerdì 22 maggio 2015

Performance artistica

Una foto del venerdì che riassuma la performance concettuale ad opera dell'artista, inappropriatamente assente, che ha voluto rappresentare in musica un suo disagio sociale, genialmente banale,  imbastendo una montagnola fatta di cassette della birra, maledettamente vuote, sulla quale suona una violoncellista, tremendamente fuoritempo, con delle proiezioni sul muro di oggetti, innegabilmente sfocate?

venerdì 15 maggio 2015

Prelibatezze

Questa foto del venerdì è per risolutori esperti. La qualità infatti è quella che è, ma non sono riuscita a fare di meglio nel breve lasso di tempo in cui la cucina non è stata occupata.
Dal freezer del monastero, come nel precedente caso che vi mostravo qui, ecco il foto-indovinello in tutto il suo splendore.
Trattasi di alimento. Indizio: prezzo 1,09.
Come al solito, complimentoni a che riesce (a tirare) a indovinare, e magari mi racconta anche di quanto sia un alimento prelibato.
Metto la foto dopo il salto, per i più sensibili:

lunedì 11 maggio 2015

L'arte dell'imboscata

Via FFFFound
Stalin, la donna delle pulizie a casa sua, è una maga dell'arte dell'imboscata.  Deve aver preso lezioni da Ho Chi Minh o giù di lì; riesce a scomparire per delle ore durante il suo orario di lavoro e a ricomparire nei momenti più inaspettati, un vero talento. Mi ha fatto prendere un mezzo infarto nella notte appena passata, quando me la sono ritrovata nell'ombra, appostata dietro la porta del bagno. Stalin, ma fare quello per cui sei pagata, mai eh? Insomma, che ci farà mai alle 4 nascosta nell'oscurità, se non ci troviamo in una giungla vietnamita ma in un monastero, abitato da suore e ragazze? Esercita il suo potere di controllo. (Vi ricordo, a tal proposito, questo post qui). Potere di cui si è autodotata, assieme a quello di sequestro punitivo delle pentole non lavate, di minacce di denuncia alla Madre Superiora e espulsione, e tutte le altre belle azioni che le fanno credere di ospitarci a casa sua, mentre stiamo pagando un regolare affitto ad altri, e lei dovrebbe fare, come ci si dovrebbe aspettare, la donna delle pulizie. Comunque, tornando a noi, tutto si ricollega all'incontro con Stalin in cucina, avvenuto il giorno prima. Mi chiede se può farmi una domanda. Mi chiedo chi mai gliel'abbia potuto impedire.

mercoledì 22 aprile 2015

Ho detto no all'Expo

Qualche mese fa, sull'onda della promessa di imperdibili offerte di lavoro, ho mandato anche io la mia candidatura per l'Expo
Sono stata contattata per la posizione di hostess (avevo mandato circa una quindicina di application per svariate posizioni, tutte comunque in linea con il mio curriculum e le mie esperienze pregresse). Mi presento quindi a Milano per la prima selezione, effettuata in una delle sedi dell'agenzia interinale che a quanto pare ha il monopolio per l'evento. Il nostro scaglione, circa 30 persone, è composto da ragazze e ragazzi di un'età media di 30 anni ad occhio, tutti laureandi e laureati, in grado di parlare una o più lingue straniere.  
Dopo una generica presentazione sull'Expo, ci viene chiesto di alzarci e a turno di presentarci in inglese, e possibilmente in un'altra lingua.
A questa prima prova segue un gioco di ruolo e infine un test d'inglese su pc. Il tutto dura circa tre ore. In ultimo è lasciato spazio alle domande. Qualcuno chiede timidamente delucidazioni su orario e stipendi. Si parla sempre di lordi e di orario full time, ma incalzando un po' le recruiter la reale proposta è un contratto a tempo parziale, a 30 ore, compresi festivi e weekend a circa 800 euro netti. Ma non sanno dare una cifra precisa, dipende dal cliente dicono. Niente possibilità di ferie (saranno accumulate e poi contabilizzate alla fine del contratto). Ci viene fatto notare anche che però la maggiore parte delle offerte forse saranno per un contratto part-time, a 24 ore: fate voi i conti per il salario, ci dicono
Si, sono pochini i soldi, ammette qualcuno. 
La risposta della responsabile è questa: "Ma lo sai che in Italia c'è gente che fa stages gratis?" Si, lo sappiamo, cara: è il dramma dei nostri tempi. Siam qui perché speriamo in un lavoro pagato decentemente. Ma inutile rifarsi su questi dell'agenzia. Parlano per il loro cliente, pare: è lui che fa il prezzo per il nostro lavoro. Mi guardo intorno, c'è chi si sta facendo due conti. Chi sembra ancora agguerrito, chi invece scuote la testa. 
Finita così? 
No, il cliente vuole sceglierci personalmente. Ci ricontatteranno.
Passo la prima selezione e vengo nuovamente invitata a Milano per il confronto col datore di lavoro. Non posso partecipare perchè mi trovo all'estero (sempre a cercar fortuna). Pace.
Mi ricontattano per farmi un colloquio Skype: il cliente vuole conoscermi. Accetto. Spero sia per un'altra offerta, magari migliore.
Una chiacchierata, un po' in italiano un po' in lingua straniera, cinque minuti e via.
Il giorno dopo arriva la notizia: sono stata selezionata. Due lauree e 4 lingue, ce l'ho fatta.
Arrivano i primi documenti da riempire, i primi moduli. E quel VI livello CNAI per una retribuzione lorda full-time di 1162,33 EURO. Ah, siamo alle solite, penso. Mi contattano di nuovo, a telefono:"Si quella è la retribuzione lorda e per il full time. Il tuo invece è un contratto per 30 ore: fai tu il netto."
E io, in tutta onestà, valuto bene pro e contro (per puro scrupolo) e realizzo che con quel netto a campare non ce la faccio. Fatti due conti (trovare una sistemazione nelle vicinanze, mezzi di trasporto, sostentamento), la situazione non è sostenibile. Mi domando per chi lo sarebbe...
Poi possiamo sempre fare il sacrificio di lavorare per sei mesi per la gloria, per il grande evento internazionale che porterà lustro all'Italia. Magari attrezzandoci con tenda e fornelletto da campeggio.
Per il nostro futuro, invece, ci si penserà poi. Chissà se arriverà, questo poi.
Io ci provo, a tornare in Italia, ma proprio non riesco ad accettare tutto questo.
E se leggo sul maggiore quotidiano  italiano: "Turni scomodi per lavorare all'Expo. Otto su dieci ci ripensano" mi sembra che il nostro futuro ce l'abbiano proprio rubato e svenduto per fare titoli facili, dare risposte convenienti a domande profonde e sempre irrisolte.
No, non si tratta di orari scomodi. Non si tratta di ferie.
Si tratta della differenza che passa tra vivere e sopravvivere.
Io la vedo, voi?

martedì 21 aprile 2015

Le promesse da agenzia interinale (all'estero)

Ricordate questo post? Vi parlavo di un colloquio con un'agenzia interinale estera, che mi aveva contattato per imminenti offerte di lavoro. Ricordate poi questo post in cui vi domandavo se era o meno il caso di ricontattare dopo un incontro? Per una volta ho deciso di ascoltare i miei amici stranieri, che ritengono il chiamare un atto di dimostrazione d'interesse imprescindibile. Diamine, se vogliamo prendere quest'esperienza della disoccupazione (chiamiamola eperienza, che fa tanto stato transitorio...) come un caso-studio sociale, allora bisogna analizzare il fenomeno fino in fondo. Ok, l'ho fatto coi miei tempi (sono passate svariate settimane), ma mi son fatta forza.  Ricordiamo che questi dell'agenzia interinale "Daje" mi erano sembrati entusiasti e seriamente convinti di trovarmi un'occupazione in men che non si dica, tra l'altro! La tipa mi aveva parlato di un tempo previsto per i primi contatti con il datore di lavoro di un paio di settimane. Passate abbondantemente. Checcazzoèsuccessoallora?

venerdì 17 aprile 2015

C'era da aspettarselo...

Ogni tanto qualcuno è in vena di gesti di generosità inaspettata. Per esempio, qualche giorno fa nella cucina del monastero è comparso un piatto con della cioccolata, messa lì in bella mostra con l'implicito, ma chiaro, segnale del: prendete e ingrassatevi tutte.
Io prendo un cioccolatino, ne assaggio un pezzo, e mi rendo conto che c'è qualcosa che non va....

giovedì 26 marzo 2015

Fate vobis #2

Cari commentatori storici (a proposito m., mia prima commentatrice, ci sei ancora? se si, e lo spero tanto, batti un colpo! Ma pure Filippo, tutto bene?) e nuovi
Cari visitatori frequenti e sporadici che non vi fate mai sentire (e che un po' mi inquietate!  Dai, esprimetevi!), 
Cari malcapitati e naufraghi,  
sono di fronte all'annoso dilemma del "che post posto?". Annoso perché almeno una volta all'anno (è già passato tutto questo tempo?) vorrei conoscere le vostre preferenze. O come dicono quelli del marketing, testare i gusti del pubblico (che razza di cialtroni).
Dunque non saprei, io sparo lì qualche titolo che ho in mente e voi mi dite quel che può interessare:

1- Il giardino d'inverno dei vicini. Analisi antropologiche basate su ore di osservazione alla finestra. Uno studio comparativo su abitudini e stili di vita.
2- Breaking news mistiche su Settimo Sigillo e fine del mondo, dal verbo illuminato della ex-suora ora cuoca. Volete sapere o vivere nella beata (in questo caso ci sta tutta) ignoranza?
4- Un frigo che soffre in silenzio: aggiornamenti sulle coinquiline del monastero.
5- Teorie e tecniche della sopravvivenza umana. Il caso studio: superare illesi la performance  dell'artista concettuale.
6- Buttiamola in caciara. Uomini che si incontrano per fumare sigari: i pensieri dell'unica donna in sala.Io.

Ma ditemi, o voi lettori, in linea generale, che preferite? L'analisi sociologica? I racconti del monastero tra coinquiline e deliri mistici? Le mie esperienze culturali? I racconti di una migrante?
Sono con le mani già sulla tastiera...potessi campare di scrittura!

PS: Il tema lavorativo, non l'ho dimenticato, ma sto ancora raccogliendo informazioni ed esperienze, sotto forma di colloqui-fetecchia, il tutto in stile  Professione reporter poraccia; ci sto lavorando alacremente, ma ho bisogno di ancora un  po' di tempo per far fermentare il tutto.

venerdì 20 marzo 2015

Trovati uno sponsor


L'altra sera scendo in cucina col solo scopo di ravanare tra salamini e pecorelli altrui per trovare qualcosa da mettere sotto i denti nel mio reparto del frigo, oasi fatta di Parmigiano e di prosciutto, entrambi d'importazione (nel senso che me li trasporto qui in valigia), e che in momenti di magra (troppo tempo lontano da casa e conseguente mancanza di rifornimento), si fanno merce preziosa, da sottrarre alla vista di rapaci predatrici notturne (ladre di cibo in monastero: true story), e quindi da imboscare con dovizia. E, guarda un po', in the kitchen c'era un'ospite per cena. Ospite della sempreverde ex-suora ora cuoca, che alle volte si lancia in imprese filantropiche e decide di invitare alla sua mensa quelli che lei ritiene casi umani degni della sua guida spirituale  (ho già avuto modo di incontrare la professoressa di psicologia forense ora diventata colf per necessità e l'avvocatessa in disoccupazione che finge di andare a lavoro ogni giorno). Dopo aver cortesemente rifiutato di desinare a colpi di randellate per la salute del mio fegato (vi ricordo questo post qui), mi intrattengo, senza molto margine di scelta, con la simpatica combriccola. Del resto come perdermi un altro personaggio chiave di questa corte dei miracoli?

martedì 10 marzo 2015

Incontro con l'agenzia interinale

Vado all'incontro con l'agenzia interinale, quello di cui parlavo qui. Non so come questi abbiano avuto il mio curriculum e che vogliano da me, dato che a quanto mi scrivono nemmeno hanno un lavoro concreto da propormi, ma solo una loro proiezione futura, e quindi siccome mi ritrovo a vivere di stringente quotidianità e affitti da pagare, di norma mi rivolgo a interlocutori che abbiano almeno la parvenza di interessarsi al mondo delle possibilità reali di impiego. Poi io non li ho mai contattati a questi delle agenzie forte anche del fatto che quando stavo in Italia, ed ero iscritta da anni, l'unica cosa che sono stati in grado di presentarmi è stata un'offerta di lavoro come mulettista. Ma vabbè, mi hanno trovata. Vado a vedere che hanno da offrire, a parte il solito fumo negli occhi, e nell'atrio trovo una tipa in attesa che è la mia fotocopia.

lunedì 23 febbraio 2015

Ti telefono o no?

Prima di lanciarmi nel turbine (si fa per dire eh) di colloqui e dei resoconti che vi farò, ho una questione per voi cari lettori.
Ecco il quesito-premessa: dopo quanto tempo da un colloquio ritenete che l'assenza di una risposta equivalga a un no?
Di norma, nelle mail di risposta alle application fatte in questi anni (maronn...), la riposta varia dalle 2 settimane a un tempo tutto sommato prestabilito. Passata la scadenza o si riceve una risposta negativa o è comunque implicito il fatto di essere stati scartati. Mi sembra lapalissiano.
Ora arriviamo alla domanda vera e propria. Vi è mai capitato di ricontattare chi non vi ha risposto nel tempo previsto?
Di norma, penso io, se il datore di lavoro è ben predisposto è nel suo interesse contattare il candidato prescelto nel minor tempo possibile, è una legge di mercato. Poi possono esserci delle lungaggini nel processo di selezione, candidati che accettano e poi rifiutano, selezioni complesse. Ma se chiama nei tempi bene, se no, per me, è andata (male).  Invece, parlando coi mie amici stranieri, di diverse parti d'Europa, per loro il richiamare è una cosa normale e all'ordine del giorno.

venerdì 20 febbraio 2015

Chiedetemi se sono felice

In un certo qual modo, e mi prendo qualche licenza di drammatizzazione, la disoccupazione porta ad essere considerati da alcuni come relitti della società. Ne vedo i contorni quando mi ritrovo costantemente a dover affrontare gli stessi sguardi di pietà misti ad apprensione e le solite domande insistenti, incalzanti: Allora hai trovato lavoro? Stai cercando? Niente di male, mi si dirà: trattasi di umana pietas.
Eppure è difficile ogni giorno lottare con facce contrite e piene di una compassione che non credo di meritare, perché in fondo non mi sento infelice. Anzi. Ed è difficile iniziare la conversazione sempre allo stesso modo: Ciao, allora hai trovato? E a provare di conseguenza, come già detto, a dover giustificare il proprio tempo, le proprie occupazioni.
Io cerco sempre di mostrarmi positiva e propositiva, e lo sono davvero, ma, ammetto, questa cosa mi sta stancando. Mi sta stancando al punto di voler evitare queste persone, amiche o quasi, e di preferire la solitudine. Penso poi che forse ci sia qualcosa di storto in me: non mi salterebbe mai in mente di spingere così tanto su di un argomento delicato con una persona che sta affrontando una difficoltà. Chiederei altro, ad esempio. Ma evidentemente il mondo non va così. E io non so difendermi da questa cosa, ma devo proteggere questa serenità che sento, in qualche modo.

giovedì 12 febbraio 2015

Il colloquio al buio

Via FFFound
Mando decine di curricula, che non si sa mai. A sparare un po' nel mucchio, oltre che ad obiettivi ben mirati, magari ne esce fuori qualcosa. Solo che poi mica ricordo esattamente la posizione per la quale mi ero candidata, è un classico da commedia degli errori. E tra un po' infatti ho questo colloquio al buio. Del tipo che so l'ora e il posto, ma mi sfugge il perché e di che cosa stiamo parlando. Di solito se mi rispondono dopo un paio di settimane dall'invio me lo ricordo, ma in questo caso specifico è nebbia in val padana. Lavapiatti, centralinista, volto dell'azienda: difficile capire. Va da sé che a chiederlo ci farei la figura della svampita disperata, cosa che in realtà sono. Ma qui bisogna sempre fingersi stocazzo, è nella logica del  mercato, quindi glissons, e via a mo' di kamikaze, che è una filosofia di vita per certi versi liberatoria anche se con limitate soddisfazioni sul lungo periodo.
Comunque boh, vado, vedo, e vi dico.
Poi devo anche fare conoscenza con dei tizi di un'agenzia interinale che mi scrivono codeste parole accattivanti: "L'impiego per cui hai fatto domanda non è stato ancora confermato dal nostro cliente, ma noi ti vorremmo incontrare per un colloquio nella nostra agenzia". Cioè, il lavoro di fatto non c'è, ma vogliono portarsi avanti, se ho capito bene. Grandi speranze all'orizzonte, proprio.
Dice l'ottimista: ma allora vedi che le cose si stanno muovendo?
Raga, intanto mi sto guardando Sanremo. Erano anni che non lo facevo. Fate un po' voi.

lunedì 9 febbraio 2015

Senilità

Da qualche tempo a questa parte hanno iniziato a chiamami signora. Non so cosa sia successo di preciso, ma temo di aver avuto un cedimento strutturale visibile a occhio nudo. Prima era  tutto un "tu", ora quando mi si rivolgono cerco sempre quella signora a cui parlano, e realizzo che quella là, beh, son proprio io. Mhhh. A quanto pare sto galoppando nelle praterie della maturità.
Poi ci sono le persone ben oltre la maturità che nelle sale d'attesa ti attaccano il bottone infinito della loro vita, e tu stai lì ad ascoltare tutte le loro magagne. Poi, finito di assorbire ogni energia residua d'ascolto e empatia, queste specie di asciugatutto emozionali se ne vanno via. Senza salutare. Dopo esserti passati davanti alla coda. True story. Ma io dico, chi cazzo me lo fa fare di starvi a sentire se non l'idea che forse non avete altri interlocutori e che un giorno magari sarò io quella ad ammorbare il prossimo con le mie storie di vita vissuta? In fondo, lo sappiamo, è tutto un dare e un avere. Ma non passerò avanti a nessuno, è una promessa.
Poi vado al supermercato e incontro un anziano tutto sorridente, intento a mettere via la sua piccola spesa. Non ha fretta. Lo seguo con gli occhi mentre si avvia verso la sua piccola utilitaria, sistema i sacchetti nel bagagliaio, e si mette alla guida, col suo berretto in testa, e con quell'espressione di felicità e serenità che capita raramente di vedere. In chiunque. Forse è allegro per questa piccola conquista quotidiana, l'indipendenza, la capacità di fare le cose da solo.
E mi si stringe, e molto, il cuore.
Niente, sto invecchiando.

lunedì 26 gennaio 2015

Annuncio di lavoro


Il team è piccolo, con momenti intensi di duro lavoro. Perciò il candidato deve avere senso dell'umorismo, adattabilità, e voglia di tirarsi su le maniche.

Lavoro proposto: lavapiatti. Con senso dell'umorismo.

martedì 20 gennaio 2015

Cronaca di un colloquio di lavoro

Mando la candidatura la mattina e mi rispondono nel primo pomeriggio: vogliono incontrarmi l'indomani. Promette bene a livello disperazione. The Big Boss è in città e possono infilare il mio colloquio tra un impegno e l'altro. Siam qui per servirVi, ci mancherebbe. Va bene allora, ci vediamo domani. Jesus. Passo la serata a cercare qualcosa di interessante da dire, ripassare le risposte alle solite domande, scovare qualcosa di decente da mettere.
Arriva il momento. Faccio la trafila receptionist, badge personalizzato, tre piani, chilometri di corridoi, breve intervista col segretario personale e giungo nell'ufficio del gran capo, una placida signora. 
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...