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martedì 4 novembre 2014

Alla Pinacoteca

Ogni tanto spengo l'allarme "Noia a badilate"®, ho brevettato anche questo, e vado alla Pinacoteca, che dopo il Museo di Arte Contemporanea, il parco frequentato dagli anziani, il cinemino intellettuale e il supermercato è uno dei luoghi prediletti della mia nullafacenza. Devo spegnere l'allarme se no sento sempre una vocina che mi dice: "Ma se volevi dormire non era più comodo farlo sul tuo letto, che in piedi davanti a un quadro?". La vocina è pedante, c'è da dirlo.  In realtà amo l'arte, e in questo sono seria, ma è una questione difficile non essere fagocitati da altre questioni a corollario, che ora spiegherò.
 Ogni tanto, ad esempio, partecipo a qualche visita guidata, perché spero sempre di scoprire qualcosa di interessante sull'esposizione in corso, ma vengono immancabilmente tirate fuori questioni salienti di questo tenore:  "Aneddoti croccanti sulla vita del pittore" (giuro, ha detto croccanti), passioncelle extramatrimoniali del soggetto dipinto (era bisex), intrallazzi (chi se la faceva con chi/cosa), e così via. Uhmmm...
Poi ci sono le volte in cui vado da sola e mi perdo in un particolare, sul quale inizio a farmi grandi viaggi mentali. Tipo avevo notato questo angolo di un quadro, di norma con un'iconografia tradizionale estremamente ripetitiva, presentare un guizzo di originalità che non mi era ancora capitato di vedere in opere simili. Allora cerco con gli occhi la tipa che cura l'esposizione, che mi viene incontro felice; le chiedo lumi sull'estro del pittore,  non mi sa ripondere, mi lancia una supercazzola a cui non crede nemmeno lei, e corre via. Mmmhhh...
Quindi torno nel mio mondo interiore, sola davanti a qualcosa il cui senso completo mi sfugge, e piombo in quella fase tra il dormiveglia e il rimbambimento che viene quando si è esposti a svariati, forse troppi, stimoli visivi. Ragiono poi che alla fine dei conti c'è un connubio che secondo me sta alla base di quella gran fetecchia di interpretazione psicanalitica che è la sindrome di Stendhal: è tutto sonno e incomprensione, regà.
E, al solito, sola me ne vo' per la città...
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