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lunedì 6 ottobre 2014

Pecorello e Long Island Iced Tea

Da quando vivo all'estero (e ormai tra andate e ritorni fanno un po' di anni) ho pian piano imparato a fare cose tipo:
- andare a zonzo da sola senza sentirmi una sfigata, ma intenzionalmente, per starmene per i cazzi miei, in mezzo alla gente. Un'attività sociale a impegno sociale zero.
- farmi piacere il supermercato: questione di pura sopravvivenza che è però diventato un hobby. Scegliere, capire che cazzo cercano di vendermi come prosciutto Dop, meditare l'acquisto sconsiderato del Pecorello in sostituzione a ben più saporiti formaggi. 
- confrontarmi con gente che in Patria non ho modo (ma nemmeno voglia) di frequentare: razzisti, e non ci si stupisce mai abbastanza di quanti ce ne sono in giro, maniaci della discomusic, estimatori di McDonalds, avvocati broccoloni e donne in menopausa. E per frequentare intendo farci dei discorsi e cercare di trovare un punto in comune. 
- guardare film in lingua straniera con sottotitoli in un'altra lingua straniera e non decidersi su quale idioma settare il cervello finendo per perdersi sia il dialogo che le immagini, ma facendoci complesse analisi e recensioni alla fine.
Mica cotiche!
Tutto questo ben di dio di competenze e nuove abilità a scapito di:
la qualità della vita: è un concetto perso in qualche aeroporto, o forse a casa, mentre facevo  per l'ennesima volta bagagli. Il vivere bene, l'apprezzare quello che si ha è una cosa che ora costa il doppio della fatica, con risultati spesso fatiscenti. La felicità qui mi sembra attaccata con la colla, piuttosto che avere solide basi, ma è un concetto talmente difficile da far passare agli occhi altrui, che alla fine l'ho sfilato anche dagli argomenti di conversazione e faccio finta di non pensarci più.
- beh del mio italiano. Io, sinceramente, non so più se quella in cui penso è ancora la nostra bella lingua. Sicuramente già quello che scrivo è  diventato una specie di ibrido. Me ne rendo conto le poche volte che mi rileggo e in cui mi sembra che insomma quell'avverbio lì forse non sia quello giusto, che la consecutio temporum si sia inceppata da qualche parte, che il congiuntivo non si possa infilare a casaccio. Jesus. 
- del mio gusto del bello e del buono, se mai ne avessi avuto uno. E diciamocelo, qui c'è un appiattimento dello standard verso il basso, che mi ha fatto progressivamente riconsiderare: il montone (inteso come giacca), e, sempre in tema di montoni, il kebab come pietanzina raffinata, i locali dove si balla la musica latinoamericana (almeno lì c'è gente che balla), il Long Island Iced Tea come mezzo di distruzione del muro di incomunicabilità coi locals.
- senso di responsabilità per quello che succede in Italia: è un po' come mettersi alla finestra e guardare fuori. Avete voluto Renzi? Beccatevelo! Ah, non l'avete voluto? Ma l'Italia è tanto bella lo stesso! Nessuno però, che non sia italiano, si permetta di dire qualcosa di brutto, che mi incazzo come una iena! Tutto ciò vedete bene che si abbina alla grande alla smemoratezza del migrante, di cui avevamo già detto.
E voi, lettori expat, che avete imparato, e cosa avete dovuto dimenticare?
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