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mercoledì 1 maggio 2013

Nel sogno che ci danno

In questo giorno di estrema retorica, di concerti dove sventolano bandiere che odorano di naftalina, mi interrogo su cosa significhi essere lavoratori nella precarietà. Ma andare a farsi una scampagnata mai eh? Il fatto è che l''altra sera, con i miei colleghi abbiamo preso parte ad un evento importante; pure il consiglio supremissimo era presente con un paio di delegati. Tale dispiego di forze doveva, poteva, dar luogo ad una serata gioiosa, di festa, di coesione: il clima, sulla carta, doveva essere quello. E invece, come al solito, qualcosa è andato storto: un membro del consiglio ha avvicinato una collega precaria, davanti a tutti, e le ha rozzamente comunicato, con una gaffe imperdonabile, che lei a dicembre non farà più parte dell'equipe. Allo scadere del contratto precario se ne dovrà andare, mentre il progetto che sta portando avanti, e che è solamente ad una fase embrionale ma estremamente promettente, verrà abbandonato. Il suo lavoro andrà perso e la speranza quasi palpabile che la sua precarietà si trasformasse in qualcosa di più concreto è rimasta un'illusione. Tralasciando il fatto che una cosa del genere andrebbe comunicata in private sedi, con magari un po' di tatto e di diplomazia, magari evitando anche di citare di fronte a tutti il perchè non resterà nel team, penso al dispiacere di questa giovane donna, che qualche istante prima ci aveva presentato il suo compagno, da poco diventato suo marito, a cui ha mostrato con orgoglio parte del suo lavoro. Penso ai suoi sogni, che sono un po' quelli di tutti noi, penso ai suoi occhi, a fine serata, quando è corsa via immediatamente, senza trattenersi. Penso che il giorno dopo non si è presentata al lavoro, probabilmente ancora scossa. Penso a chi, tra i colleghi, ha fatto finta di nulla e a chi non ha trovato le parole. 
C'è chi è capace di sognare nella precarietà, o si prende il diritto di poterlo fare. Perchè nulla è scontato o regalato. La mia precarietà è invece talmente reale e indiscutibile da non darmi nemmeno la possibilità di gettare uno sguardo al futuro con la benchè minima progettualità. Il che è triste, da un certo punto di vista. Ma poi penso anche che se questa mia condizione traballante non mi permette di gettare lo sguardo un po' più in là, verso quello che succederà poi, non mi preclude però la capacità di sentire in modo empatico le difficoltà di chi, a contrario di me, in questa faccenda del futuro ci crede ancora. E allora mi sento ancora umana, e va bene così.
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