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mercoledì 27 marzo 2013

Coltivare buoni rapporti di vicinato

Una sera di qualche giorno fa troviamo, rientrando a casa, il portone aperto. Nessuno all'orizzonte e un'enorme catasta di oggetti a riempire tutto il corridoio del palazzo. Ci interroghiamo a lungo sulla loro origine e sulla loro destinazione, e alla fine, poco convinti, decidiamo di risalire in casa.
La mattina al risveglio, c'è qualcosa che non mi quadra nella disposizione dei mobili, ma non ci faccio più di tanto caso. Esco per andare al lavoro e sulla porta di casa trovo un biglietto, che a lettere cubitali recita: "Stavamo solo traslocando. Siete pregati di restituire immediatamente TUTTO quello che avete preso. Grazie". Vengo cosi a scoprire che i miei coinquilini dell'est, credendo nella spesa proletaria e nell'appropriazione di tutto cio' che non è legato a delle spesse catene, hanno aspettato il cuore della notte per scendere e portare in casa qualcosa. Molte cose, per la verità.
Del resto mi hanno detto che, ragionandoci su, il portone aperto poteva benissimo essere un segno di invito. E appoggiare momentaneamente significa, di fatto, abbandonare. Non stiamo a guardare il capello, o a fare questioni di semantica, noi. Li amo.
Dopo aver letto il biglietto ed essersi interrogati sulla presenza di telecamere interne al palazzo, hanno convenuto essere comunque più opportuno riportare placidamente nell'androne le sedie, il tavolinetto, i libri, la lampada e gli altri numerosi oggetti che avevano malamente interpretato essere un dono per tutta la comunità. Ed è in questi termini che hanno preferito spiegare il malinteso al proprietario dei beni, troppo poco flessibile, a parer loro, per comprendere in maniera più creativa le questioni relative alla proprietà privata.
Comunque, da quel dì, gli abitanti del palazzo hanno cominciato ad osservarci in cagnesco.
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