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mercoledì 27 marzo 2013

Coltivare buoni rapporti di vicinato

Una sera di qualche giorno fa troviamo, rientrando a casa, il portone aperto. Nessuno all'orizzonte e un'enorme catasta di oggetti a riempire tutto il corridoio del palazzo. Ci interroghiamo a lungo sulla loro origine e sulla loro destinazione, e alla fine, poco convinti, decidiamo di risalire in casa.
La mattina al risveglio, c'è qualcosa che non mi quadra nella disposizione dei mobili, ma non ci faccio più di tanto caso. Esco per andare al lavoro e sulla porta di casa trovo un biglietto, che a lettere cubitali recita: "Stavamo solo traslocando. Siete pregati di restituire immediatamente TUTTO quello che avete preso. Grazie". Vengo cosi a scoprire che i miei coinquilini dell'est, credendo nella spesa proletaria e nell'appropriazione di tutto cio' che non è legato a delle spesse catene, hanno aspettato il cuore della notte per scendere e portare in casa qualcosa. Molte cose, per la verità.
Del resto mi hanno detto che, ragionandoci su, il portone aperto poteva benissimo essere un segno di invito. E appoggiare momentaneamente significa, di fatto, abbandonare. Non stiamo a guardare il capello, o a fare questioni di semantica, noi. Li amo.
Dopo aver letto il biglietto ed essersi interrogati sulla presenza di telecamere interne al palazzo, hanno convenuto essere comunque più opportuno riportare placidamente nell'androne le sedie, il tavolinetto, i libri, la lampada e gli altri numerosi oggetti che avevano malamente interpretato essere un dono per tutta la comunità. Ed è in questi termini che hanno preferito spiegare il malinteso al proprietario dei beni, troppo poco flessibile, a parer loro, per comprendere in maniera più creativa le questioni relative alla proprietà privata.
Comunque, da quel dì, gli abitanti del palazzo hanno cominciato ad osservarci in cagnesco.

martedì 19 marzo 2013

Dove c'è ciorbă c'è casa

Da quando mi sono trasferita, non passa giorno che in cucina non ci sia una pentola di ciorbă a bollire sul fuoco. I produttori di questi litri e litri di minestrone sono, neanche a dirlo, i miei nuovi e ruspanti coinquilini dell'est.
Un po' per esigenze di risparmio, un po' perchè fa bene alla salute, la ciorbă non manca mai alla nostra tavola. Ovviamente parlo di "nostra tavola" perchè nessuno viene escluso da questo rituale serale: si puo' rifiutare una volta, due o tre, ma alla quarta la  ciorbă ti tocca, che la pazienza ha dei limiti e l'incazzamento (loro) è sempre dietro l'angolo. Alle 6 di pomeriggio tutto è pronto, perchè a casa, non importa sia a migliaia di km da qui, si cena presto. Quindi, per ragioni di praticità, ho sostituito il té coi biscotti del dopolavoro con la mestolata di  minestrone. Un vero affare.
In ogni caso, devo ammettere, rientrare dopo una lunga giornata e ritrovarsi avvolti (l'appartamento bunker con cucina senza finestre si presta a creare una certa nebbia) da profumi tra i più svariati (di ciorbă ce ne sono almeno mille versioni differenti) suggerisce una certa idea di casa... Loro poi hanno quella voglia di riunirsi e ritrovarsi a fine giornata, la gioia per le cose semplici, e un genuino spirito di condivisione che poche volte ho incontrato, ma che mi piace tanto...
Certo, certo. Parlo come se avessi scelta.
E allora che ciorbă sia.

venerdì 15 marzo 2013

Simpatia Stakanov

Simpatia da bambina con il suo Fuffy
Vado dal medico con uno stadio avanzato di peste influenzale, iniziata nei miei baldanzosi giorni di sci. Ci vado dopo il lavoro, e si tratta di un ambulatorio aperto la notte, per gente veramente disperata; sono sospinta dalle ultime energie residue, nel tentativo di trovare qualche sollievo per il mio malessere. Così spero.
Dopo la solita anticamera di un paio di orette la dottoressa Simpatia mi riceve. Una sommaria e spartana visita decreta che effettivamente si tratta di peste influenzale, livello di forte allerta, quindi mi prescrive cinque e dico cinque tipi di farmaci differenti.
E riposo assoluto. E, dato che lavori, ti prescrivo un po' di mutua, così ti ristabilisci prima, mi dice lei. Ma forse ignora il fatto che io non abbia le stesse capacità di ripresa di un minatore russo nè  la voglia di finire nel novero dei Martiri Eroi del Lavoro. Lungi da me!
Un giorno. Mi prescrive un giorno di malattia. Cioè, dovrei risorgere in 24 ore. Ma se neanche quell'altro ce l'ha fatta e ha avuto bisogno di tre giorni!? Mi ha per caso dato una pozione magica oltre agli antipeste d'ordinanza? Contollo. No. Magari crede nei miracoli, o ha grandi capacità taumaturgiche che ignoro. Ho la febbre alta, sono intontita, me ne vado a casa certa che qualcosa di importante mi sia sfuggito.
Ai miei colleghi che increduli dopo un giorno mi hanno visto ritornare in ufficio, e mi sono stati lontani chilometri trattandomi da untrice, il mio aspetto da zombie ha tolto qualche anno di vita. Molto probabilmente anche il sonno. Sono stata autorizzata d'ora in poi a stare a casa anche contro il parere del medico. Soprattutto se il medico in questione è lei, l'arcinota (ora anche a me...avvisarmi prima no, eh...) Simpatia Stakanov, che con piglio generalesco ti spedirebbe a curarti direttamente in un campo di lavoro in Siberia, se solo potesse.
Tutti qui prima o poi la incontrano sulla propria strada lavorativa.
E nessuno la dimentica.
In ogni caso, ho bisogno di nuovo di una vacanza.

venerdì 8 marzo 2013

Poveri spaghetti

Clint, aiuto...
Tra i tanti modi in cui ho visto cucinare gli spaghetti in questi anni (vedi qui e qui), quello che sto per descrivere è un metodo estremamente alternativo. Il frutto di cotanto delirio culinario è, ovviamente, dei nuovi coinquilini dell'est Europa che si premurano di farmi notare che quella che stanno cucinando non è una ricetta italiana
Nel caso in cui avessi avuto qualche dubbio.
Il procedimento prevede il riempimento di una casseruola d'acqua fredda, nella quale vanno inseriti gli spaghetti spezzati. Il tutto va messo immediatamente sul fuoco per una mezz'ora abbondante. Perchè attendere infatti che l'acqua bolla? Meglio risparmiare tempo e immergere subito la pasta, lasciandola agonizzare per un tempo infinitamente lungo: è una logica vincente. Certo. Ah, quasi dimenticavo: oltre ad ogni basica nozione circa la cottura della pasta, all'appello manca anche il sale. Ma davvero è il male minore.
Arriviamo alla salsa: estrarre dal frigo una mezza forma di formaggio semimolle e di un odore corposo proveniente dal pacco di derrate alimentari familiari, schiacciarne una buona quantità sul fondo di una ciotola e gettarvi sopra la massa di pasta, che dalle mie parti sarebbe definita come "pappone", o "sbobba infernale".
Ovviamente manca il tocco da maestri: una bella spolverata di parmigiano, pepe, olio, zucchero.
Zucchero, come no. Sulla pasta al formaggio è la morte sua.
Ma effettivamente no, non mi sembra una ricetta italiana.
E hanno pure il coraggio di dirmi: "No, ti prego, non guardarci così".
Ma come devo fare con questi barbari, come?

lunedì 4 marzo 2013

La cucina senza finestre

Una cucina senza finestre potrebbe anche essere una metafora estremamente interessante per descrivere una vita asfittica, alienante, se fossimo dei malinconici poeti da strapazzo. Ma spesso la realtà supera di gran lunga anche la figura retorica più bieca e si trasforma in una verità con cui confontarsi quotidianamente: io davvero vivo in una casa-bunker, dove la cucina, unica stanza comune, non ha nessuna presa d'aria, dove non si sa mai che tempo fa fuori, dove il mondo  viene totalmente escluso. L'unico luogo da cui posso osservare l'esterno è la mia camera, che di finestre ne ha tre: tutte danno su un enorme palazzo che sovrasta ogni visuale. A mia disposizione non ho che un piccolo spicchio di cielo. La luce nell'appartamento proviene da grossi neon piazzati strategicamente per dare un'idea di vita che non c'è. Sembra quasi di essere all'interno di un  maldestro esperimento antropologico, nel quale sono capitata per mancanza di scelta.
La realtà  però a ben guardare offre risvolti comici e inaspettati. Trovare del bello in qualcosa che di bello non ha nulla è una sfida alla quale dedicarsi costantemente. La mia precarietà abitativa in fondo è funzionale: questa non è che l'ennesima fermata di un viaggio verso altre destinazioni. Che approccio maturo, direi quasi illuminato!
Certo, certo....
Ma a chi la voglio raccontare? Qui non c'è nemmeno una dannatissima cappa, né una ventola. E i miei coinquilini cucinano fritture, aglio e cipolle a tutto spiano.
Insomma, va bene tutto, l'esperimento, l'adattamento, ma io tra un po' taglio la corda, sia chiaro.
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