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lunedì 7 gennaio 2013

Un anno di lavoro

Questo è stato per me un anno, il primo, di lavoro. Un lavoro iniziato con una formula bizzarra, poi concretizzatosi in un piccolo contratto, scaduto senza grandissimo rimpianto. Un anno passato all'estero, tra difficoltà più o meno grandi, con cambiamenti più o meno profondi. Fare un bilancio totale, personale, sarebbe estremo; mi limiterò però a considerare come questa mia entrata ufficiale in un  mondo fatto di orari precisi, diritti e doveri, e finalmente una retribuzione, sia stata molto differente da come l'avevo immaginata nei lunghi mesi dell'attesa. Sarà la distanza reale, culturale, sociale che separa l'Italia dall'universo fintamente ovattato in cui mi sono catapultata, senza troppa convinzione nè coscienza. Sarà la mia inesperienza di fronte ad un contratto scritto, al do ut des pieno di squilibrio che lega in un'uguaglianza, tempo=denaro, ciò che uguale non è. Sarà  che a destabilizzarmi è anche il fatto che per la prima volta ciò che io ho prodotto è stato riconosciuto ufficialmente come lavoro, degno di attenzione e riconoscimento ma in nulla è stato diverso, per serietà e impegno, alle mie precedenti esperienze a paga zero. Saranno tutte queste cose insieme, ma questo benedettissimo impiego, che ritenevo alla base della soddisfazione e della realizzazione personale, in fondo non ha niente a che vedere con la sensazione di sentirsi parte di un mondo, quello della società attiva e produttiva, che  desideravo tanto provare.
E se il microcosmo dell'ufficio non è che una versione in piccolo della vita comunitaria, allora tutte le dinamiche che in qualche modo ci imbrigliano nella quotidianità non fanno che ripetersi uguali, stancamente, in uno spazio più piccolo e asfittico. La convivialità e la condivisione dall'essere espressione di umanità e socialità diventano strumenti  per accrescere la produttività, in una logica che ha distorto e piegato il piacere di stare insieme in modo spontaneo alla costruzione artificialmente strutturata del gruppo; i  terrificanti  momenti di team building sono l'apoteosi della forzatura. L'apparente autonomia lavorativa non libera dalle pressioni, ma diventa strumento di responsabilizzazione e di disponibilità al sacrificio personale: se il risultato dipende da te, allo stesso modo lo è il fallimento.
Nessuno si sogni di dire una parola, però. L'alienazione in questo caso va di pari passo con l'assenza di empatia: è il mondo del lavoro, baby. E sono parole che ho sentito tante volte, anche, e soprattutto, da chi si trova come me in una situazione di precariato. 
Non ti devi lamentare: c'è chi sta peggio di te.
Non devi essere choosy: le cose stanno così, conviene prendere quello che viene.
Certo, tutto vero, plausibile, accettabile: se il lavoro fosse ricondotto ancora solo ad un semplice mezzo di sostentamento allora non ci dovrebbe essere nulla di cui rammaricarsi nell'accettare ogni modello che ci viene proposto e nel tollerare ogni contraddizione nella forma e nella sostanza di ciò che ci viene offerto, avendo però l'onestà di ammettere che accettare diventa giustificare.
Ci hanno però insegnato che c'è qualcosa di nobile, e non solo di pecuniario, nello spendere il proprio tempo nella vita activa, invece che in panciolle di fronte alla tv, tra una manciata di patatine e una grattata d'ascelle. Che il lavoro ci qualifica nella nostra umanità. Ma il lavoro non è nobile in se'. Per regalare dignità occorre che sia esso stesso dignitoso. Eppure queste parole, per quanto importanti, sono solo parole: ora vige la regola dell'ammettere ogni cosa, ogni situazione, facendosi largo a spallate. Per non essere fannulloni, schizzinosi, difficili. Il conformismo dell'accettazione ci spinge però lontanissimi dall'essere veramente consci e soddisfatti: da lavoratori a risorse umane il passo che è stato fatto non è stato verso un miglioramento.

E certo, il lavoro è importante nella realizzazione personale, ma non basta, se mancano le cose più importanti. C'entra, di certo contribuisce, ma se avessi saputo quanto poco mi avrebbe reso felice quest'anno, l'idea delle panciolle, patatine e grattatina non mi sarebbe risultata così insopportabile come quando credevo che fosse proprio la mancanza di un impiego a negarmi completezza, soddisfazione, appagamento.
Belle scoperte.

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