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domenica 1 dicembre 2013

Maledetti spaghetti

Anche al monastero la pasta va alla grande. Peccato però che  il maltrattamento del piatto forte della nostra cucina (vedi qui e qui) non rientri nei peccati capitali, altrimenti finalmente i poveri spaghetti avrebbero il riscatto divino che meritano e gli sciagurati preparatori sarebbero minimo minimo condannati per blasfemia.
Comunque, l'altra sera scendo nella cantina-refettorio per preparami la cena e intercetto la coinquilina consorella che di professione fa la cuoca, prepararsi quello che secondo la sua opinione, sarebbe stato un bel piatto di pasta, come fate voi italiani.
Procedimento:
- Portare ad ebollizione l'acqua e aggiungere il sale (e fin qui mi sembra siamo di fronte ad un elevato grado di consapevolezza sul fronte basi per la cottura).
 - Gettare la pasta (spaghetti) nell'acqua assieme a un litro d'olio. Volevi preparare un minestrone?, le chiedo. No, pasta ha detto e pasta farà.
- Lasciare cuocere i soliti 30 minuti, e poi scolare.
- Immergere la pasta nell'acqua fredda. Sciacquare.
- Ripescare la pasta. Mi interrogo silenziosamente, ma poi mi dico che del resto lei di cucina italiana ne sa moltissimo.
- Aggiungere un altro litro d'olio, andato perduto nel lavaggio. Andiamo bene.
- Prendere un piccolo padellozzo e versare altro olio.
- Svuotare un intero barattolo di sugo pronto alla bolognaise. Ricordiamoci che di professione fa la cuoca.
- Versare il sugo sulla pasta fredda.
- Spolverare con dell'ottimo Pecorello®, versione nazionale di un improbabile ibrido parmigiano-pecorino, con consistenza variabile e gusto indefinito. Una bontà.
Buon appetito.
Ora, io vorrei capire in tutto cio' la logica dove sta? Perchè HA LAVATO la pasta? Chi le ha insegnato a cucinare? Fanno così nei ristoranti, gli chef?
Aiuto.

mercoledì 19 giugno 2013

Uomini soli

via FFFFound.com
Dalla riunione di lunedi'.  Temperatura esterna 40°. Tutto lo staff chiuso in una stanza, senza aria condizionata, per otto ore.

"Non voglio più essere un direttore solo.Voglio qualcuno che mi guidi e mi corregga": il Supercapo in preda ad un esaurimento nervoso.
"Qua dentro c'è qualcuno che approfitta del sistema per farsi i fatti suoi": da un bigliettino di un anonimo in vena di polemica.
"Certo che discutere dei problemi del management di fronte al manager non è proprio bello": il collega perspicace.
"Potremmo stabilire un sistema di sanzioni e creare la carta del buon impiegato": un collega in evidente stato di delirio.
"In questa struttura c'è fin troppa trasparenza": da un bigliettino di un anonimo oscurantista.
"Per me c'è gente che è stata assunta senza criterio": anonimo sincero.
 "Pare che sia stato scoperto da scienziati americani che il vero centro decisionale del nostro corpo non sia il cervello, ma effettivamente il cuore": il consulente pagato in lingotti d'oro per dire banalità.
"Il problema qui dentro è che nessuno dice quello che pensa, non si sente mai qualcuno urlare": la segretaria in cerca di grane.
 "Abbiamo troppa libertà. Occorre limitarla": il collega masochista
"Non credo che la soluzione sia aumentare le regole": io.
"Qui c'è qualcuno che fa resistenza al cambiamento": il consulente.
"Non c'è niente che non vada, in fondo": collega negazionista.
"Secondo lei ce la possiamo fare?": supervisore in ansia.
"Non ho le soluzioni, non sono infallibile, non sono un superuomo. Faccio quello che posso": abbiamo distrutto anche il consulente.

domenica 16 giugno 2013

Vita monastica

via FFFFound.com
I miei rientri della domenica mattina, quando il sole è già alto e la prima messa incombe, non sono passati inosservati agli occhi delle suorine, che si prodigano nel loro migliore sorriso carico di interrogativi cui rispondo prontamente con il mio migliore sorriso enigmatico (vedi Gioconda). God is a deejay, diceva qualcuno. Comunque credo che il mio posto in questo Paradiso sia assicurato con infallibilità non da questioni di fede, ma dal riempimento di una busta, fatta scivolare nella notte sotto la porta della mia stanza, contenente un sibillino messaggio fatto di cifre e una dicitura, "donazione in contanti", che per i comuni peccatori sarebbe prosaicamente definibile come "pagamento in nero dell'affitto".

giovedì 6 giugno 2013

Vado a vivere in monastero


via FFFFound.com
Non sono stata folgorata sulla via di Damasco, né sono in preda a un forte delirio mistico. Anzi. 
La mia entrata in monastero ha lo stesso sapore della conversione dei moriscos di Granada ai tempi dei re cattolici: tutta facciata. La realtà, come sempre, è prosaica e schietta: ci hanno cacciati di casa  (chissà come mai non mi stupisco) e l'unico posto in cui sono riuscita a trovare rapidamente una sistemazione di emergenza è appunto un convento. Giuro, è tutto vero.
Inizia l'era dell'ora et labora: saro' tutta ufficio e monastero, diciamo.

mercoledì 29 maggio 2013

Senza Internet

Più disintossicante di una vacanzina a chilometri dal malsano ufficio, più rinvigorente di un bagno al mare a fine maggio, più liberatoria di un amaro benedettino a fine pasto, più rilassante di una dormitina sulla spiaggia. Insomma questa settimana senza Internet, ancor più che la lontananza fisica dal lavoro, mi ha fatto capire che se la Rete non mi desse in parte da vivere, vivrei bene, o probabilmente meglio, senza. Grande scoperta. Va notato comunque che tra i possibili effetti collaterali di questa astinenza da connessione c'è senza dubbio il delirio di onnipotenza che nasce dalla capacità di privarsi di quello che ormai si ritiene indispensabile (fa tanto santo medievale o fachiro) e una forte spinta compassionevole mista a una sensazione di superiorità per quei poveretti che neanche al bar tra amici riescono a staccarsi dai loro telefoni, mai contenti di dove sono, mai capaci di viversi il momento. Comunque, per dimostrare che il mio cammino verso questa illuminazione non è recente e non è nemmeno così ipotetico, non posseggo uno smartphone e nemmeno saprei che farmene, e il mondo del social network l'ho abbandonato da tempo. Ecco. La mia pagina Facebook è stata congelata molti mesi fa e l'idea di fare un login mi risulta quasi più ripugnante di una gitarella a piedi nudi in un bagno pubblico. Di Calcutta. Di notte. Via anche LinkedIn, anzi, c'è mai stato qualcuno che ha trovato lavoro grazie a quest'altra bella invenzione? Twitter provato, compresa l'inutilità, e rapidamente archiviato. Insomma, del mondo di Internet non rimane che il blog, qualche sito di riferimento, qualche quotidiano. Ah, si, e le mail. E Skype, per questioni professionali. Forse si può ancora trovare il modo di non farsi cannibalizzare da questa esigenza di esserci, di comunicare, di vedere. In vacanza, certo, quando si ha di meglio da fare. Perchè  poi, di ritorno in ufficio, con la gastrite da stress e la ruga della perplessità sulla fronte, Internet diventa un caro amico e un rifugio consolatorio, strumento imprescindibile di lavoro e di cazzeggio; lì sento che in parte qualcosa mi sfugge, che il mio cammino verso l'illuminazione è compromesso.
Allora sogno di aprire un chioschetto in riva al mare.

martedì 21 maggio 2013

Italiani all'estero

All'incontro tra expats italiani sarebbe stato meglio non presenziare, mi dico con il senno di poi.
Ma perchè poi mi sia finalmente decisa ad andarci dopo l'ennesimo invito, me lo posso solo spiegare come il frutto dell'infausto suggerimento di quella vocina interiore, diabolica vocina di sta ceppa, che mi suggerisce talvolta di buttarmi a capofitto nelle situazioni, sperando di trovarne qualcosa di buono da vivere, o, perlomeno, da raccontare. Tutte cazzate.
Infatti, inutile a dirsi, sono tornata dalla serata malmostosa e piena di interrogativi su quale tipo di persononaggi il nostro Paese esporti... perchè, va detto, ad andarsene non sempre sono i migliori, ricordiamocelo. Ma chi sono questi italiani che mi hanno intercettata, precettata e convinta a una reunion in una serata che avrei potuto dedicare a molto altro (vedete come sono malmostosa)? Non sono gli altrettanto urticanti ultras dell'italianità, quelli che non fanno che parlare di casa-mamma-amici e creano la loro little Italy ovunque si trovino.
No, questi qui sono gli italiani sprezzanti, quelli che si lanciano in affermazioni categoriche quali : "Non tornerò mai più", "rimarrò sempre qui"... e che poi ogni weekend tornano da mammà, ovvio. Sono quelli che della cara Patria non sopportano più le code alla posta, la maleducazione, la gente...e poi organizzano serate di incontro tra italians, perchè vogliono parlare finalmente la propria lingua e rilassarsi  tra  compatrioti. Sono quelli che cercano la qualità della vita ed è per questo che se ne sono andati, salvo poi lamentarsi di tutto. Falsi come Giuda, sono italiani-rinnegatori. Cercano di autoconvincersi-convincerti di aver fatto la scelta giusta, e, se fai notare la piccola contraddizione, ma del tutto naturale e comprensibile, che si nasconde nel loro celarsi dietro ad argomentazioni razionali per giustificare la propria umanissima nostalgia, ti saltano al collo peggio di vampiri nella notte. Insomma, l'Italia è brutta e cattiva. E basta. E devi essere felice e ringraziare di non abitarci più.
Ma allora, che vogliono questi? Migranti soddisfatti e contenti, te la vogliono vendere così, la loro ricerca dell'apparente felicità. Mah, sarò strana, ma io non ci vedo nulla di male nel non vedere tutto rose e fiori, nel tirar fuori le criticità, nell'evitare di raccontarsela in modo così tronfio questa vita da espatriati. Le difficoltà ci sono, eccome, inutile che ci pigliamo in giro: sta anche nel cobinare il precario equilibrio casa-estero che si gioca la quotidianità di un espatriato. Peccato però perdere così un'occasione per confrontarsi e confortarsi.
E insomma, sono già stata bollata come quella polemica, scontenta, ingrata e, soprattutto, sfuggente.
Infatti me la sono data a gambe.

martedì 7 maggio 2013

Pausa pranzo

Visto che siamo un team molto affiatato e ci stimiamo moltissimo, per la pausa pranzo ce ne andiamo spesso a mangiare tutti insieme al ristorante etnico. Certo.
Il ristorante etnico per eccellenza da queste parti è appunto il ristorante italiano. Ma quale  fantastica notizia!
Ora, quale gusto  provino questi sadici a costringermi implicitamente (pena l'essere definita asociale, poco propensa all'attività di team building e quindi suscettibile al richiamo informale da parte del capo supremo) ad andare a mangiare con loro sempre al ristorante italiano, io credo di averlo finalmente capito. Mica lo fanno per spirito di gruppo o per evitare le derive nostalgiche della povera italiana all'estero in fatto di cibo, regalandole la squisita possibilità di gustare delle ciofeche immonde spacciate come piatti della  tradizione culinaria tricolore. No, certo che no. La gentilezza senza secondi fini non appartiene a questi luoghi. Come per l'assaggiatore di corte o il gatto di casa, ho una funzione diciamo strumentale: le mie reazioni di fronte ai piatti proposti sono studiate nei minimi dettagli e condivise con assoluta abnegazione. Con una smorfia o un secco no, ho il potere di bocciare il ristorante e di farlo depennare dalla loro lista senza la minima obiezione. Tale potere, va detto, deriva da un'esclusivissima  caratteristica (mia e di circa altre 60 milioni di persone) che mi rende inequivocabilmente esperta in fatto di cibo: essere appunto italiana e in ragione della nazionalità avere la facoltà di sprigionare verità assolute e dogmatiche in materia enogastronomica. Questa leadership d'opinione non mi dispiacerebbe neanche, soprattutto perchè per una volta sono io a dettare legge, se non fosse per il piccolo dettaglio del sorbirsi le ciofeche immonde di cui sopra.
E insomma mi tocca anche questo sporco lavoro. Perchè li devo bocciare tutti questi ristoranti, prima di essere finalmente salva.

mercoledì 1 maggio 2013

Nel sogno che ci danno

In questo giorno di estrema retorica, di concerti dove sventolano bandiere che odorano di naftalina, mi interrogo su cosa significhi essere lavoratori nella precarietà. Ma andare a farsi una scampagnata mai eh? Il fatto è che l''altra sera, con i miei colleghi abbiamo preso parte ad un evento importante; pure il consiglio supremissimo era presente con un paio di delegati. Tale dispiego di forze doveva, poteva, dar luogo ad una serata gioiosa, di festa, di coesione: il clima, sulla carta, doveva essere quello. E invece, come al solito, qualcosa è andato storto: un membro del consiglio ha avvicinato una collega precaria, davanti a tutti, e le ha rozzamente comunicato, con una gaffe imperdonabile, che lei a dicembre non farà più parte dell'equipe. Allo scadere del contratto precario se ne dovrà andare, mentre il progetto che sta portando avanti, e che è solamente ad una fase embrionale ma estremamente promettente, verrà abbandonato. Il suo lavoro andrà perso e la speranza quasi palpabile che la sua precarietà si trasformasse in qualcosa di più concreto è rimasta un'illusione. Tralasciando il fatto che una cosa del genere andrebbe comunicata in private sedi, con magari un po' di tatto e di diplomazia, magari evitando anche di citare di fronte a tutti il perchè non resterà nel team, penso al dispiacere di questa giovane donna, che qualche istante prima ci aveva presentato il suo compagno, da poco diventato suo marito, a cui ha mostrato con orgoglio parte del suo lavoro. Penso ai suoi sogni, che sono un po' quelli di tutti noi, penso ai suoi occhi, a fine serata, quando è corsa via immediatamente, senza trattenersi. Penso che il giorno dopo non si è presentata al lavoro, probabilmente ancora scossa. Penso a chi, tra i colleghi, ha fatto finta di nulla e a chi non ha trovato le parole. 
C'è chi è capace di sognare nella precarietà, o si prende il diritto di poterlo fare. Perchè nulla è scontato o regalato. La mia precarietà è invece talmente reale e indiscutibile da non darmi nemmeno la possibilità di gettare uno sguardo al futuro con la benchè minima progettualità. Il che è triste, da un certo punto di vista. Ma poi penso anche che se questa mia condizione traballante non mi permette di gettare lo sguardo un po' più in là, verso quello che succederà poi, non mi preclude però la capacità di sentire in modo empatico le difficoltà di chi, a contrario di me, in questa faccenda del futuro ci crede ancora. E allora mi sento ancora umana, e va bene così.

martedì 23 aprile 2013

Il maglione peruviano

Non importa che siano in visita in un remoto paesino ai confini della civiltà o ad un meeting nella città più elegante e snob al mondo. Le mie colleghe, quelle apparentemente più intransigenti nonchè socialmente impegnate, si riconoscono al primo sguardo. No, non ne faccio una questione di stereotipo: è una costatazione che nasce da un lungo periodo di osservazione. Il dramma del dress code, del tentare di rappresentare visivamente cio' che si è, nella forma ancor prima che nella sostanza, da queste parti è cosa tenuta in grande, grandissima considerazione. E non è solo da un piccolo particolare, o da un accostamento poco felice, che la loro noncuranza attentamente studiata  si palesa: quì è tutto un fiorire di orecchini pendenti, di cavigliere con campanellini, pashmine dai colori sgargianti, capelli raccolti ad cazzum, orecchino al naso, jeans consunti, baffo selvaggio e maglione peruviano d'ordinanza. Spesso tutte queste cose messe insieme. Impegnate a battersi (anche) contro gli stereotipi, a ribaltare certe concezioni fasulle, queste paladine del buono e del giusto, ma non del buon gusto, hanno delegato in tutto e per tutto la grazia in funzione della causa dell'esibizione della sciatteria come strumento di protesta. Perchè la loro è la divisa dell'anticonformista che non cede alle logiche del mercato brutto e cattivo della moda, ossessione femminile infingarda e superficiale. Loro non si abbassano nemmeno al ricatto dell'estetista, veicolo della nuova forma di schiavitù, quella epilatoria, che imbriglia il nostro essere persone che non vogliono più negare la discendenza dalle scimmie. Oculate consumatrici che spendono metà dello stipendio in capi informi delle solite marche radical-chic per gente alternativa: no, non è cedere ad una forma più subdola di marketing. Non è adeguarsi a una nuova forma di uniformità. Certo, certo.
Per essere diverse, queste care colleghe, sembrano tutte uguali.

sabato 13 aprile 2013

Quasi quasi mi faccio una sauna

Occorre andare a fare la sauna: l'otorino dice che mi farebbe molto bene. Piccolo problema: qui le saune disponibili sono miste e si entra esclusivamente nudi. E che sarà mai, sentenzia chi si crede persona di mondo. E poi mica staranno tutti a guardare: è un fatto culturale, neanche ci fanno caso. Voglio crederci. Stretta nel mio asciugamano, mi approprinquo rasente muri all'entrata della zona benessere, diretta alla sauna. 
La prima scena che mi si presenta agli occhi sono due omaccioni seduti  sugli sgabelli del bar, mentre sorseggiano quello che credo essere un cocktail analcolico. Nudi. Che cavolo, almeno si tenessero addosso la salvietta copripudenda! Voglio la mamma, un costume, delle mutande, un ventaglio, un paravento, un wisky doppio, qualsiasi cosa che mi eviti di osservare e di essere osservata. La porta stagna dietro di me si chiude e posso giurare di sentire delle chiavi che girano nella serratura e degli sghignazzi infernali provenire dallo spogliatoio.
Mi ripeto come un mantra: pensa alla salute, pensa alla salute! Vado avanti: gente che legge sulle sdraio nuda. Gente che discute allegramente, nuda. Gente che entra ed esce dalla piscina termale, nuda. Mi sembrano tutti tranquilli. E nudi. Ma questa gente, va detto, è composta per il 70% da giovani uomini ammiccanti.  Ma chi cazzo me lo ha fatto fare?  si sostituisce al mantra di cui sopra. Occorre però fare i disinvolti, sennò guardano ancora di più, questi assassini della pudicizia. Scelgo tra le millemila saune del centro benessere quella che mi sembra essere la meno affollata ed entro. Sistemo il mio asciugamano sulla panca e mi siedo nella fantastica posizione da contorsionista bulgaro nota come "copriamo l'impossibile": gambe incrociate e braccia strategicamente piazzate nei punti di focale interesse. Più che una sauna sto facendo una sessione di yoga. Ma tengo botta,  tesa come una corda di violino.
C'è chi va a fare una sauna per rilassarsi, ricordiamocelo. Non è il mio caso.
Intanto il mio cervello, che quando serve non c'è mai, decide di non sconnettersi e mi porta a cruciali riflessioni: perchè tolleriamo queste cose, la prossimità, la nudità, solo perchè c'è scritto vietato portare indumenti su un cartello? Quando mai, in altri contesti non codificati, troveremmo normale andare al bar senza vestiti? Se in un luogo pubblico siamo spaventati dalla vicinanza (penso a quello che vedo in metro: più ci si avvicina fisicamente nei momenti di sovraffollamento più ci si ricava un piccolo spazio vitale per evitare ogni contatto, anche solo visivo, con gli altri) come possiamo invece tollerare di stare in una piccola vasca idromassaggio con dei perfetti sconosciuti, nudi? Quando e dove inizia la sfera dell'intimità? Cosa stanno pensando le persone intorno a me?
Gente nuda che osserva gente nuda, facendo finta di non essere nuda, e soprattutto di non osservare: una faticaccia, questa sauna.

domenica 7 aprile 2013

Noches de desenfreno

Mañanas de ibuprofeno, come saggiamente dice la mia coinquilina iberica. E' diventato il nostro mantra domenicale.
Ieri, ad un certo punto di una serata tra amici mi si avvicina una ragazza, che mi chiede in inglese se sono del posto.  No, non sono di qui, le rispondo in italiano. "Ah ecco, mi sembrava, perchè sei una delle poche persone che qui dentro sta ballando". Ballare, attaccare bottone con chiunque: riconoscersi tra italiani all'estero non è poi un'impresa così difficile.

giovedì 4 aprile 2013

Non ne posso fare a meno

Il mio coinquilino dell'est finalmente mi chiede consigli circa la preparazione di un buon piatto di pasta. Non aspettavo altro.
Gli sto col fiato sul collo dall'inizio alla fine della preparazione, visti i precedenti. Insieme, passo dopo passo, ci dilettiamo nella gioia un po' fremente dell'attesa dell'ebollizione dell'acqua, dosiamo accuratamente il sale, gettiamo con entusiasmo la pasta, e la  assaggiamo periodicamente alla ricerca del tempo di cottura perfetto. Direi che ci siamo.
Condiamo con un filo d'olio e una spolverata del suo formaggio preferito, inviatogli dalla famiglia.
Sembra apprezzare. Mi compiaccio. Ma no, è tutta un'illusione.
Perchè a un certo punto, in un modo del tutto inaspettato, si alza da tavola e con tono solenne mi annuncia: "Mi dispiace tanto. Ma non posso farne a meno, non riesco a frenarmi... Devo farlo".  Corre verso la dispensa, prende il pacchetto e inizia a cospargere la sua pasta di zucchero, felice come un bambino. Di fronte a tanta contentezza, sventolo bandiera bianca, depongo l'ascia. Zucchero sia.

martedì 2 aprile 2013

Quando il capo si incazza

Quando il capo si incazza, e questa volta fa impallidire la precedente, la sua rabbia arriva nuovamente sottoforma di mail indirizzata a tutti noi suoi sottoposti, senza nessuna dimenticanza, e si esplicita in un fiume di parole che poco spazio lasciano all'interpretazione.
Un bel regalino pasquale che è capace di contenere in poche righe un rimprovero, un'amara riflessione e una minaccia. Perchè si, il capo fa notare come "alcuni" (si spara nel mucchio) siano molto scrupolosi nell'annotare le ore di straordinario (maddai, ma allora esistono? E io che le consideravo parte della mitologia da ufficio...) ma altrettanto elastici quando si tratta di rispettare l'orario di entrata in ufficio o la presenza in sede.  Il capo paragona il luogo di lavoro ad una specie di porto di mare, dove non si sa mai chi c'è e chi non c'è, ma soprattutto se le assenze durante l'arco della giornata, momentanee o meno,  siano giustificate oppure no. Ma tu pensa... Ciliegina sulla torta, la minaccia: d'ora in avanti il capo veglierà personalmente (telecamere? spie? sensori?) affinchè il codice di condotta sia rispettato con la stessa minuzia dei famigerati certosini dello straordinario. Tiè. 
Uhm.
Vista la mia totale estraneità a queste logiche d'accattonaggio impiegatizio, e ai tentativi di fare la cresta sugli orari e straordinari, (tra queste quattro mura ci sto invecchiando), un bel e sticazzi di fronte a cotanta mail ci starebbe pure bene. Ma sta di fatto che l'italiana tanto gentile e decorativa, pure se sottovalutata ed incompresa, si becca in ogni caso il cazziatone globale e viene inserita nel girone dei fancazzisti da ufficio come tutti, senza aver commesso peccato, anzi essendo fin troppo onesta e decisamente in credito.
Qui tocca veramente iniziare a farsi furbi.

mercoledì 27 marzo 2013

Coltivare buoni rapporti di vicinato

Una sera di qualche giorno fa troviamo, rientrando a casa, il portone aperto. Nessuno all'orizzonte e un'enorme catasta di oggetti a riempire tutto il corridoio del palazzo. Ci interroghiamo a lungo sulla loro origine e sulla loro destinazione, e alla fine, poco convinti, decidiamo di risalire in casa.
La mattina al risveglio, c'è qualcosa che non mi quadra nella disposizione dei mobili, ma non ci faccio più di tanto caso. Esco per andare al lavoro e sulla porta di casa trovo un biglietto, che a lettere cubitali recita: "Stavamo solo traslocando. Siete pregati di restituire immediatamente TUTTO quello che avete preso. Grazie". Vengo cosi a scoprire che i miei coinquilini dell'est, credendo nella spesa proletaria e nell'appropriazione di tutto cio' che non è legato a delle spesse catene, hanno aspettato il cuore della notte per scendere e portare in casa qualcosa. Molte cose, per la verità.
Del resto mi hanno detto che, ragionandoci su, il portone aperto poteva benissimo essere un segno di invito. E appoggiare momentaneamente significa, di fatto, abbandonare. Non stiamo a guardare il capello, o a fare questioni di semantica, noi. Li amo.
Dopo aver letto il biglietto ed essersi interrogati sulla presenza di telecamere interne al palazzo, hanno convenuto essere comunque più opportuno riportare placidamente nell'androne le sedie, il tavolinetto, i libri, la lampada e gli altri numerosi oggetti che avevano malamente interpretato essere un dono per tutta la comunità. Ed è in questi termini che hanno preferito spiegare il malinteso al proprietario dei beni, troppo poco flessibile, a parer loro, per comprendere in maniera più creativa le questioni relative alla proprietà privata.
Comunque, da quel dì, gli abitanti del palazzo hanno cominciato ad osservarci in cagnesco.

martedì 19 marzo 2013

Dove c'è ciorbă c'è casa

Da quando mi sono trasferita, non passa giorno che in cucina non ci sia una pentola di ciorbă a bollire sul fuoco. I produttori di questi litri e litri di minestrone sono, neanche a dirlo, i miei nuovi e ruspanti coinquilini dell'est.
Un po' per esigenze di risparmio, un po' perchè fa bene alla salute, la ciorbă non manca mai alla nostra tavola. Ovviamente parlo di "nostra tavola" perchè nessuno viene escluso da questo rituale serale: si puo' rifiutare una volta, due o tre, ma alla quarta la  ciorbă ti tocca, che la pazienza ha dei limiti e l'incazzamento (loro) è sempre dietro l'angolo. Alle 6 di pomeriggio tutto è pronto, perchè a casa, non importa sia a migliaia di km da qui, si cena presto. Quindi, per ragioni di praticità, ho sostituito il té coi biscotti del dopolavoro con la mestolata di  minestrone. Un vero affare.
In ogni caso, devo ammettere, rientrare dopo una lunga giornata e ritrovarsi avvolti (l'appartamento bunker con cucina senza finestre si presta a creare una certa nebbia) da profumi tra i più svariati (di ciorbă ce ne sono almeno mille versioni differenti) suggerisce una certa idea di casa... Loro poi hanno quella voglia di riunirsi e ritrovarsi a fine giornata, la gioia per le cose semplici, e un genuino spirito di condivisione che poche volte ho incontrato, ma che mi piace tanto...
Certo, certo. Parlo come se avessi scelta.
E allora che ciorbă sia.

venerdì 15 marzo 2013

Simpatia Stakanov

Simpatia da bambina con il suo Fuffy
Vado dal medico con uno stadio avanzato di peste influenzale, iniziata nei miei baldanzosi giorni di sci. Ci vado dopo il lavoro, e si tratta di un ambulatorio aperto la notte, per gente veramente disperata; sono sospinta dalle ultime energie residue, nel tentativo di trovare qualche sollievo per il mio malessere. Così spero.
Dopo la solita anticamera di un paio di orette la dottoressa Simpatia mi riceve. Una sommaria e spartana visita decreta che effettivamente si tratta di peste influenzale, livello di forte allerta, quindi mi prescrive cinque e dico cinque tipi di farmaci differenti.
E riposo assoluto. E, dato che lavori, ti prescrivo un po' di mutua, così ti ristabilisci prima, mi dice lei. Ma forse ignora il fatto che io non abbia le stesse capacità di ripresa di un minatore russo nè  la voglia di finire nel novero dei Martiri Eroi del Lavoro. Lungi da me!
Un giorno. Mi prescrive un giorno di malattia. Cioè, dovrei risorgere in 24 ore. Ma se neanche quell'altro ce l'ha fatta e ha avuto bisogno di tre giorni!? Mi ha per caso dato una pozione magica oltre agli antipeste d'ordinanza? Contollo. No. Magari crede nei miracoli, o ha grandi capacità taumaturgiche che ignoro. Ho la febbre alta, sono intontita, me ne vado a casa certa che qualcosa di importante mi sia sfuggito.
Ai miei colleghi che increduli dopo un giorno mi hanno visto ritornare in ufficio, e mi sono stati lontani chilometri trattandomi da untrice, il mio aspetto da zombie ha tolto qualche anno di vita. Molto probabilmente anche il sonno. Sono stata autorizzata d'ora in poi a stare a casa anche contro il parere del medico. Soprattutto se il medico in questione è lei, l'arcinota (ora anche a me...avvisarmi prima no, eh...) Simpatia Stakanov, che con piglio generalesco ti spedirebbe a curarti direttamente in un campo di lavoro in Siberia, se solo potesse.
Tutti qui prima o poi la incontrano sulla propria strada lavorativa.
E nessuno la dimentica.
In ogni caso, ho bisogno di nuovo di una vacanza.

venerdì 8 marzo 2013

Poveri spaghetti

Clint, aiuto...
Tra i tanti modi in cui ho visto cucinare gli spaghetti in questi anni (vedi qui e qui), quello che sto per descrivere è un metodo estremamente alternativo. Il frutto di cotanto delirio culinario è, ovviamente, dei nuovi coinquilini dell'est Europa che si premurano di farmi notare che quella che stanno cucinando non è una ricetta italiana
Nel caso in cui avessi avuto qualche dubbio.
Il procedimento prevede il riempimento di una casseruola d'acqua fredda, nella quale vanno inseriti gli spaghetti spezzati. Il tutto va messo immediatamente sul fuoco per una mezz'ora abbondante. Perchè attendere infatti che l'acqua bolla? Meglio risparmiare tempo e immergere subito la pasta, lasciandola agonizzare per un tempo infinitamente lungo: è una logica vincente. Certo. Ah, quasi dimenticavo: oltre ad ogni basica nozione circa la cottura della pasta, all'appello manca anche il sale. Ma davvero è il male minore.
Arriviamo alla salsa: estrarre dal frigo una mezza forma di formaggio semimolle e di un odore corposo proveniente dal pacco di derrate alimentari familiari, schiacciarne una buona quantità sul fondo di una ciotola e gettarvi sopra la massa di pasta, che dalle mie parti sarebbe definita come "pappone", o "sbobba infernale".
Ovviamente manca il tocco da maestri: una bella spolverata di parmigiano, pepe, olio, zucchero.
Zucchero, come no. Sulla pasta al formaggio è la morte sua.
Ma effettivamente no, non mi sembra una ricetta italiana.
E hanno pure il coraggio di dirmi: "No, ti prego, non guardarci così".
Ma come devo fare con questi barbari, come?

lunedì 4 marzo 2013

La cucina senza finestre

Una cucina senza finestre potrebbe anche essere una metafora estremamente interessante per descrivere una vita asfittica, alienante, se fossimo dei malinconici poeti da strapazzo. Ma spesso la realtà supera di gran lunga anche la figura retorica più bieca e si trasforma in una verità con cui confontarsi quotidianamente: io davvero vivo in una casa-bunker, dove la cucina, unica stanza comune, non ha nessuna presa d'aria, dove non si sa mai che tempo fa fuori, dove il mondo  viene totalmente escluso. L'unico luogo da cui posso osservare l'esterno è la mia camera, che di finestre ne ha tre: tutte danno su un enorme palazzo che sovrasta ogni visuale. A mia disposizione non ho che un piccolo spicchio di cielo. La luce nell'appartamento proviene da grossi neon piazzati strategicamente per dare un'idea di vita che non c'è. Sembra quasi di essere all'interno di un  maldestro esperimento antropologico, nel quale sono capitata per mancanza di scelta.
La realtà  però a ben guardare offre risvolti comici e inaspettati. Trovare del bello in qualcosa che di bello non ha nulla è una sfida alla quale dedicarsi costantemente. La mia precarietà abitativa in fondo è funzionale: questa non è che l'ennesima fermata di un viaggio verso altre destinazioni. Che approccio maturo, direi quasi illuminato!
Certo, certo....
Ma a chi la voglio raccontare? Qui non c'è nemmeno una dannatissima cappa, né una ventola. E i miei coinquilini cucinano fritture, aglio e cipolle a tutto spiano.
Insomma, va bene tutto, l'esperimento, l'adattamento, ma io tra un po' taglio la corda, sia chiaro.

mercoledì 27 febbraio 2013

Mentine

E quindi mi ritrovo alla riunione, quella del pizzino lasciato ieri dal capo.
Natura chiama e alle 12.30 in punto i partecipanti iniziano a tirar fuori da borse e valigette panini di tutte le forme e contenuti...Ovviamente, io, da indefessa lavoratrice quale mi credo, non mi sarei mai immaginata si potesse mangiare durante una riunione: ma che razza di menate che mi faccio...
Mi guardo in giro: eccoli,  tutti a pranzare compostamente mentre io li osservo con la stessa espressione, e salivazione credo, del  cane di Pavlov. La riunione non si interrompe come immaginavo, nemmeno per una pausa caffé; scrivono, mangiano, annuiscono con un'evidente capacità multiskill che mi lascerebbe basita, se solo riuscissi a non fissare con sguardo famelico (e quindi va da se' poco basito) i loro buonissimi panini. Ma il meglio deve ancora venire. La tipa di fianco a me è diversa. Lei caccia le mani nell'elegante borsa e tira fuori un peperone, una spessa fetta di formaggio, pane e un coltellaccio. Siamo all'avanguardia pura. Manco fossimo ad un pic nic sui castelli, e manca davvero solo la fiaschetta di vino e la tovaglietta a quadri, il mio nuovo esempio di vita inizia ad affettare il peperone, che sgranocchia con gusto, e a tagliare il formaggio, mentre briciole di pane si posano sul suo impeccabile tailleur. Tutto sul tavolo riunioni. Con totale nonchalance. Che donna, che donna!
Io, dopo un infruttuoso rovistare nella borsa alla ricerca di un cioccolatino perduto, di un pacchetto di crackers dimenticato, di una bustina di zucchero salvifica, trovo delle mentine,  benedette mentine, che centellinero' per le restanti inaspettate tre (e dico tre) ore di seduta.

domenica 17 febbraio 2013

Il silenzio del supermercato la domenica

Sguardi di intesa tra facce stravolte.  Dress code appena un gradino al di sopra di pigiama e ciabatte. Casalinghe alla ricerca dell'ingrediente mancante. Giovani con lo sguardo perso tra gli scaffali dei cereali. Silenzio. Uscire di casa all'alba delle 11 di una tranquilla domenica con la scaltrezza di uno zombie, in una lotta alla sopravvivenza che spinge ad abbandonare la comoda alcova per rifornirsi di generi di prima necessità, nel mio caso acqua frizzante e caramelline gommose a forma di animale, personalissima  ricetta ® per superare brillantemente ogni sintomo di una nottata epaticamente impegnativa, può diventare un'esperienza di coesione sociale in cui trovare un senso di familiarità e normalità, scambiandosi sorrisi di cortesia nella chilometrica coda alla cassa, con la faccia di chi sa che anche una parola sarebbe di troppo. Nemmeno la cassiera proferisce verbo.

mercoledì 30 gennaio 2013

Giovani rampanti

Condividere la casa con un manager in carriera (e il suo dobermann, che mi dimostra quotidianamente il suo affetto con degli approcci maldestri e ripetuti), mi offre una prospettiva su un mondo, quello dei giovani rampanti, che non conoscevo a fondo. Gli stereotipi ci sono tutti, e lui non fa nulla per smentirsi: giacca e cravatta, locali alla moda, polveri simpatiche, whisky prima di andare a dormire, donne compiacenti che arrivano nel cuore della notte. Eppure la sera, a volte ci ritroviamo a parlare sul divano, e vedo in lui soprattutto la voglia di fare, il coraggio di prendersi tutto cio' che vuole, senza filtri. Cose che spesso si possono comprare, vero. Ma non bastano i soldi per vivere la vita che si desidera. Aiutano certo, ma ci vuole anche una grande forza di volontà, uno spirito da viveur  per stare al mondo nel modo in cui lui fa. Per osare, per buttarsi. Per manovrare l'ingranaggio senza esserne schiacciati. Per fare del proprio lavoro, che lo riempie di frustrazione (e in questo ci ritroviamo) un mezzo, e poco più. Perchè la vita sta altrove.
Bisogna anche campare bene, mi ripete questo ragazzo del sud, migrante come me.

mercoledì 23 gennaio 2013

The dog days

Questo nell'immagine è il mio nuovo coinquilino. 
Un piccolo dobermann di 50 kg, che è l'orgoglio del suo padrone...
Immortalato nella foto uno dei rari momenti in cui non cerca nell'ordine di:
- attentare alla mia incolumità fisica saltandomi addosso
- intimorirmi mostrandomi i denti ringhiando
- scegliere con precisione quasi certosina i miei vestiti preferiti per poi mangiarli con gusto
- reagire in modo indifferente ai miei sommessi rimproveri
- cercare di convincermi di essersi pentito prolungandosi in lunghi momenti di pianto fuori dalla mia porta, chiusa per protesta
- guardarmi con occhio truce mentre provo ad avvicinarmi al suo divano
- portarmi per la centesima volta la sua pallina preferita, per giocare insieme
Inutile dire che sono già pazza di lui.

lunedì 21 gennaio 2013

Lo zen da ufficio

Tra le amenità che ho affrontato nella mia (breve e travagliata) vita lavorativa ci sono alcune cose che, devo ammettere, mi stanno tornando utili nella quotidianità. Non parlo di nuove nozioni o capacità, dato che sono sempre stata sottostimata e quindi sottovalutata, ma di facoltà umane che a contatto con l'aria malsana di un ufficio arrivano a fiorire in modo inaspettato. L'approccio zen alla vita, che ho ricercato per anni, mi si è finalmente rivelato. Non sono serviti gli anni di yoga e le ore di meditazione. Per aprire il terzo Chakra, quello che  ha la capacità di trasformare qualunque evento in energia vitale, in forza e saggezza, pazienza e compassione, è bastato il confronto quotidiano con la cupa ottusità del mondo lavorativo. E chi l'avrebbe mai detto?
Per esempio, nelle lunghe ore passate davanti al computer nel mio bugigattolo, ho appreso non solo a sviluppare l'arte della pazienza e dell'attesa, ma anche, cosa molto più importante, a estraniarmi a tal punto da perdere il contatto con la realtà circostante (e no, non si tratta di sonno rem), lasciandomi trasportare sulle più alte vette del pensiero umano...Tra quei verdi prati della mente, ho lasciato pascolare le mie idee arrivando a compendere il senso del tempo, l'importanza degli attimi di felicità e dell'avere cucinato qualcosa di buono per pranzo. Perchè, ovvio, tra i pensieri più alti c'è chiaramente l'elaborazione di una buona schiscetta, capace di nutrire a fondo anche lo spirito.
Durante gli interminabili meeting ho nutrito la mia capacità d'ascolto, ma soprattutto ho avuto modo di perfezionare il mio sorriso di beatitudine compassionevole, sempre ispirandomi a Budda, di fronte alle trovatine del capo e alle genialate dei colleghi.
Credo inoltre di aver fatto un gran bel passo in avanti sul fronte saggezza, praticando l'accettazione di fronte a cio' che non avrei in nessun modo potuto cambiare: i momenti di team building e le lugubri riunioni settimanali. Ed è proprio durante queste riunioni che ho avuto modo di accrescere  la mia capacità di fare silenzio, inframezzata soltanto da brevi, oculati, e studiatissimi commenti. Delle piccole sentenze, che hanno lasciato spesso perplessi i miei interlocutori. Molto bene quindi per l'aspetto  "alone di mistero", necessario ad ogni rivelazione e ad ogni illuminato che si rispetti.
E, dulcis in fundo, chi avrebbe mai immaginato quale energia vitale si potesse propagare nel momento dell'uscita dall'ufficio! Una forza capace di rinvigorire immediatamente, che spinge di corsa verso altre e più importanti mete,  in un alleggerimento, quasi fisico, dello spirito!
Se non ha del miracoloso questo...


venerdì 11 gennaio 2013

Coraggio e felicità

Ieri sono stata in campagna da alcuni amici che non vedevo da  moltissimo tempo. Loro hanno fatto, tempo fa, una scelta di vita direi radicale, fortemente audace. Nella loro cascina, immersi nella natura, si sono dedicati esclusivamente all'agricoltura biologica. Dalla produzione alla vendita, seguono personalmente tutta la filiera. Una scelta autarchica, che li rende in parte indipendenti dal mercato e da alcune logiche che schiacciano i piccoli produttori; una scelta difficile e faticosa, senza dubbio. Hanno abbandonato il loro lavoro, la carriera, e sono tornati alla terra. Hanno messo in moto vecchie macchine agricole, hanno recuperato un modo di fare le cose forse non più competitivo per la produzione di massa, ma che li ha ripagati in termini di qualità e soddisfazione personale. In mezzo a quei campi, ora a riposo invernale, tra  i frutti del proprio lavoro, hanno ricostruito la loro vita, ritrovando una propria strada. 
Insomma mi sono sembrati estremamente felici. Coraggiosi e felici.

lunedì 7 gennaio 2013

Un anno di lavoro

Questo è stato per me un anno, il primo, di lavoro. Un lavoro iniziato con una formula bizzarra, poi concretizzatosi in un piccolo contratto, scaduto senza grandissimo rimpianto. Un anno passato all'estero, tra difficoltà più o meno grandi, con cambiamenti più o meno profondi. Fare un bilancio totale, personale, sarebbe estremo; mi limiterò però a considerare come questa mia entrata ufficiale in un  mondo fatto di orari precisi, diritti e doveri, e finalmente una retribuzione, sia stata molto differente da come l'avevo immaginata nei lunghi mesi dell'attesa. Sarà la distanza reale, culturale, sociale che separa l'Italia dall'universo fintamente ovattato in cui mi sono catapultata, senza troppa convinzione nè coscienza. Sarà la mia inesperienza di fronte ad un contratto scritto, al do ut des pieno di squilibrio che lega in un'uguaglianza, tempo=denaro, ciò che uguale non è. Sarà  che a destabilizzarmi è anche il fatto che per la prima volta ciò che io ho prodotto è stato riconosciuto ufficialmente come lavoro, degno di attenzione e riconoscimento ma in nulla è stato diverso, per serietà e impegno, alle mie precedenti esperienze a paga zero. Saranno tutte queste cose insieme, ma questo benedettissimo impiego, che ritenevo alla base della soddisfazione e della realizzazione personale, in fondo non ha niente a che vedere con la sensazione di sentirsi parte di un mondo, quello della società attiva e produttiva, che  desideravo tanto provare.
E se il microcosmo dell'ufficio non è che una versione in piccolo della vita comunitaria, allora tutte le dinamiche che in qualche modo ci imbrigliano nella quotidianità non fanno che ripetersi uguali, stancamente, in uno spazio più piccolo e asfittico. La convivialità e la condivisione dall'essere espressione di umanità e socialità diventano strumenti  per accrescere la produttività, in una logica che ha distorto e piegato il piacere di stare insieme in modo spontaneo alla costruzione artificialmente strutturata del gruppo; i  terrificanti  momenti di team building sono l'apoteosi della forzatura. L'apparente autonomia lavorativa non libera dalle pressioni, ma diventa strumento di responsabilizzazione e di disponibilità al sacrificio personale: se il risultato dipende da te, allo stesso modo lo è il fallimento.
Nessuno si sogni di dire una parola, però. L'alienazione in questo caso va di pari passo con l'assenza di empatia: è il mondo del lavoro, baby. E sono parole che ho sentito tante volte, anche, e soprattutto, da chi si trova come me in una situazione di precariato. 
Non ti devi lamentare: c'è chi sta peggio di te.
Non devi essere choosy: le cose stanno così, conviene prendere quello che viene.
Certo, tutto vero, plausibile, accettabile: se il lavoro fosse ricondotto ancora solo ad un semplice mezzo di sostentamento allora non ci dovrebbe essere nulla di cui rammaricarsi nell'accettare ogni modello che ci viene proposto e nel tollerare ogni contraddizione nella forma e nella sostanza di ciò che ci viene offerto, avendo però l'onestà di ammettere che accettare diventa giustificare.
Ci hanno però insegnato che c'è qualcosa di nobile, e non solo di pecuniario, nello spendere il proprio tempo nella vita activa, invece che in panciolle di fronte alla tv, tra una manciata di patatine e una grattata d'ascelle. Che il lavoro ci qualifica nella nostra umanità. Ma il lavoro non è nobile in se'. Per regalare dignità occorre che sia esso stesso dignitoso. Eppure queste parole, per quanto importanti, sono solo parole: ora vige la regola dell'ammettere ogni cosa, ogni situazione, facendosi largo a spallate. Per non essere fannulloni, schizzinosi, difficili. Il conformismo dell'accettazione ci spinge però lontanissimi dall'essere veramente consci e soddisfatti: da lavoratori a risorse umane il passo che è stato fatto non è stato verso un miglioramento.

E certo, il lavoro è importante nella realizzazione personale, ma non basta, se mancano le cose più importanti. C'entra, di certo contribuisce, ma se avessi saputo quanto poco mi avrebbe reso felice quest'anno, l'idea delle panciolle, patatine e grattatina non mi sarebbe risultata così insopportabile come quando credevo che fosse proprio la mancanza di un impiego a negarmi completezza, soddisfazione, appagamento.
Belle scoperte.

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