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martedì 12 aprile 2011

Il concorso pubblico

Non avrei mai pensato di affrontare nella mia faticosa ricerca di un lavoro, anche l'enorme mostro a tre teste, meglio noto come il "concorso pubblico". Le ragioni? Una generale sfiducia nella cristallinità delle selezioni, la perplessità per il lavoro burocratico, e non ultima, l'imponente mole di normative, regolamenti e nozioni da studiare. Ma ci provo! Con un preavviso di 10 giorni mi dedico anima e corpo al librone di 800 pagine che diventa il mio migliore amico, il mio confidente, il mio fidanzato. Non vivo che per lui. E qualche giorno fa, armata di tutte le mie belle speranze e perplessità, vado.
Per un posto di lavoro (un anno, rinnovabile) nella pubblica amministrazione, in un piccolo ma grazioso paese, si presentano una ventina di persone. Non troppe, dicono gli esperti. Abbastanza, se contiamo il fatto che hanno saputo del bando a pochi giorni dalla sua scadenza, come me. O perlomeno così dicono.
Tutti intorno a me hanno la faccia di chi è stanco, si è alzato presto, ha fatto colazione mangiucchiando qualcosa, di corsa, magari controvoglia. Hanno la faccia di chi un po' ci spera, di chi realmente ci crede e di chi ha una strana rassegnazione negli occhi.
Sono giovani, molti di loro freschi di laurea, e sono persone di mezza età, che cercano un impiego dopo anni passati a credere che un lavoro fisso lo sia realmente e che invece si ritrovano dal giorno alla notte a dover ricominciare tutto da capo. Il lavoro pubblico offre ancora l'idea di una certa sicurezza, pare.
La tensione c'è ed è palpabile. C'è chi l'inganna parlando, immaginando le domande, raccontando di se'. C'è chi tace e guarda un punto fisso, lontano. C'è chi ipotizza già di un vincitore raccomandato. Forse è così, forse no. Chi lo sa. Chi crede e chi ha smesso di farlo.

Casi umani e umane speranze, al concorso pubblico.
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